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Ricordo di Suor Giannina

 

Giannina è il diminutivo di Gianna, che a sua volta è l’abbreviazione di Giovanna.

Piccola di statura, quel nome le si addiceva, non di meno del nome battesimale di Emma.

Poche parole, pochi complimenti, soprattutto poche curiosità. Andammo a Venezia l’estate scorsa: fu visibilmente contenta di quel viaggio, ma nessun stupore speciale traspariva dal suo viso immobile. La zuppa di caffelatte del mattino esprimeva più di mille discorsi il temperamento di Suor Giannina: sobria, sostanziosa, efficiente. Quando si incontrava la prima volta, quasi non la si notava: raramente prendeva la parola, solo se richiesta; mai intimidita, ma neppure coinvolta.

Ne aveva viste tante di cose: non valeva la pena entusiasmarsi per l’ultima.

Originaria della religiosa campagna vicentina, portava con sé i segni di una educazione severa, tanto faticosa oggi a perdurare. A 14 anni è partita da Montecchio Maggiore, da una casa ricca di fratelli e sorelle, alcuni molto piccoli. La Congregazione delle Minime la accolse, le diede una formazione, un “abito” in tutti i sensi, una missione, una straordinaria dignità, che essa perseguì con premurosa riconoscenza. Accanto all’osservanza meticolosa della Regola, mise in luce doti organizzative e “ragionieristiche” assolutamente eccezionali.  Fu maestra e Superiora vari anni a Passo Segni, il luogo in cui abitò e operò di più, assieme a Piumazzo. La nostra Scuola Materna si è avvalsa tanto del suo servizio, al punto da sentire oltremodo difficile ora andare avanti senza di lei. La vedevamo al mercato, il martedì e venerdì, a comprare verdure di stagione, attenta a non far mancare niente e nel contempo a non sciupare. Direttrice diligente, attenta, sicura; anche se velata da un sottile pessimismo.

Il suo sguardo già naturalmente riservato, si era fatto ancora più serio negli ultimi anni, non tanto per l’apprensione che il declino di forze ingenera, in chi è abituato a lavorare molto, ma piuttosto per essere circondata da un mondo esterno superficiale, chiassoso, senza Dio. In esso non si riconosceva più e pur continuando il suo meticoloso servizio, la gioia non le era più tanto compagna.

Erano i bimbi il suo rifugio, la sua consolazione, motivo vitale del suo procedere.

Scherzando dicevo che le avrei comprato uno “zaino rosso”, per andare insieme a fare un bel Cammino. Rispondeva che di “zaini rossi” non ne voleva proprio sapere … Volevamo solo sorridere e impreziosire con un tocco di leggerezza un’anima splendida per serietà.

La morte è stata misericordiosa con lei: appena confessata, ancora nel pieno delle responsabilità, le sono state risparmiate le pene del declino, rendendola vivace interprete di un vangelo oggi essenziale, quello del rigore e della laboriosità.

 

3 RACCONTI DELLA FEDE

PROGRAMMA DI EDUCAZIONE RELIGIOSA

PROPOSTO DA DON REMO RESCA

per Scuola dell’Infanzia “Gisa Crotti” anno 2010-2011

TEMA DELL’ANNO : IN VIAGGIO CON DIO


NOE’: L’arcobaleno che unisce la terra al cielo

Dopo avere creato il cielo e la terra, le piante e gli animali e gli uomini, questi ultimi si dimostrarono molto cattivi, che il Signore progetta di distruggere tutto, come si fa quando una cosa non è riuscita bene, con una pioggia abbondante: il diluvio. Però c’era un uomo buono, chiamato Noè e Dio vuole salvarlo. Gli dice di costruire una barca grande, chiamata Arca, di prendere con sè la famiglia e una coppia per ogni animale. Piove per quaranta giorni e quaranta notti e tutto si allaga e muore. Poi quando smette di piovere e l’acqua scende, manda fuori dalla barca una colomba, che ritorna con un ramoscello d’olivo in bocca. Tutto ormai è asciutto. Scende e compie un sacrificio di ringraziamento al Signore, il quale manda l’Arcobaleno, come segno della’Alleanza fra il cielo e la terra, impegnandosi a non distruggere mai più la terra.

 

 ABRAMO: Una famiglia numerosa come le stelle 

E’ un uomo ricco e importante, abita a Ur la terra dei Caldei; da una parte c’era un fiume, il Tigri dall’altra un altro, l’ Eufrate; possiede greggi e armenti, campi, case e tanti servi. Il Signore lo chiama dicendogli: “Abramo, esci dalla tua terra e va verso una terra che io ti indicherò, io ti darà una grande famiglia e attraverso di te benedirò tutti i popoli della terra”. Per la prima volta il Signore parla direttamente ad un uomo. Abramo parte e attraversa valli e montagne, arrivando alla terra che il Signore gli aveva indicato. Ma è abitata e non si può fermare. Va in una zona vicina chiamata Egitto, ma anche là non è accolto bene; anzi il Faraone, il capo dell’Egitto, gli vuole prendere la moglie Sara, perché è molto bella … anche da lì devono fuggire. In più Sara e Abramo diventano vecchi e non hanno figli. Un giorno, pregando, Abramo dice al Signore: “ Signore, mi hai promesso una terra, ma non riesco ad abitarla; mi hai promesso una grande famiglia, ma non ho neanche un solo figlio … come mai ?” . Il Signore gli risponde: “guarda le stelle del cielo, le puoi contare? Io ti darò una discendenza più numerosa delle stelle del cielo”. Abramo crede a Dio e offre un dono pensando di fare così: prende alcune animali, li divise in due come a dire: un poco a me e un poco a te, e aspetta la notte; quando giunse il buio un fuoco appare e passò in mezzo agli animali divisi. Abramo capisce che il Signore è lì che bisogna aspettare e credere che mantiene le promesse. Un giorno arrivarono tre viandanti nell’ora più calda del giorno, vengono ospitati e andandosene dicono “ripasseremo fra un anno e quando torneremo tu avrai già un figlio” Fu proprio così: nasce un bambino che chiamano Isacco: “colui che porta il sorriso”.

E’ bello e fa sorridere di gioia la mamma il babbo e tutti i vicini … e il Signore.

 

 GIUSEPPE: il Signore mi ha mandato qua

 Abramo genera Isacco, Isacco genera Giacobbe, il quale a sua volta ha12 figli, il penultimo dei quali si chiama Giuseppe. Il padre lo ama un po’più degli altri, perché lo ha avuto in vecchiaia ed è anche un bimbo molto buono. Un giorno gli fa un regalo: un vestito con un bel cappuccio e delle grandi maniche.

Una notte Giuseppe fa un sogno: vede che sta su un trono, e i suoi fratelli gli passano davanti, inchinandosi. Lo racconta e i fratelli invidiosi sempre di più lo detestano. Mentre un giorno sono a pascolare le pecore, il padre manda Giuseppe a portare loro il pranzo; un fratello vedendolo arrivare dice: “Ecco arriva il sognatore! Uccidiamolo! dopo racconteremo a papà che un leone l’ha mangiato”. Uno prova a difenderlo: “ Perché macchiarsi di sangue! Non c’è un’altra soluzione? “. Passa in quel momento una carovana di mercanti e un fratello suggerisce : “Perché non lo vendiamo, così ce ne liberiamo e guadagniamo anche dei soldi”. Lo vendono per trenta monete d’argento. I mercanti lo portano in Egitto, dove è comprato dal capo delle guardie del faraone.

Giuseppe è buono e Putifar , così si chiama il capo delle guardie, gli vuole bene. Sa anche interpretare i sogni e spesso i suoi padroni ricorrono a lui. La moglie però è gelosa e cattiva: gli tende un tranello e lo fa gettare in prigione.

Il Faraone, il Re d’Egitto, una notte fa uno strano sogno: Vede sette covoni bei di grano che salgono dal Nilo; poi sette covoni secchi che pure salgono dal Nilo e rovinano i primi; vede sette vacche grasse che salgono il Nilo, poi sette vacche magre, che salgono e uccidono le prime.

Cosa vorrà dire? Chiediamolo a Giuseppe, suggerisce Putifar!

Lo chiamano dalla prigione e dà la spiegazione: “ Verranno sette anni di abbondanza in Egitto, per i campi e gli armenti; poi sette anni di carestia, che rovineranno tutto.” Il Faraone lo ringrazia e lo nomina Vicerè. Giuseppe organizza la costruzione di granai, per raccogliere il grano abbondante e tenerlo per i tempi di carestia.

Durante la carestia i fratelli di Giuseppe nel loro paese muoiono di fame e dicono: “Andiamo in Egitto, là il Vicerè vende del grano”. Vanno e quando sono davanti a Giuseppe non lo riconoscono, mentre Giuseppe riconosce loro e dice:

- “Vi darò il grano solo quando avrete con voi il padre e il figlio piccolo Beniamino”

- “Ma uno è vecchio e l’altro piccolo!”

- “Quello che ho detto ho detto!”.

Vanno e tornano col padre e il figlio più piccolo. Giuseppe a rivederli si commuove e di nascosto si mette a piangere; poi si fa conoscere e abbraccia il padre e tutti i fratelli dicendo:

- “ Il Signore mi ha mandato qua, perché vi dessi l’aiuto nel momento del grande bisogno”.