DIARIO DON GIANCARLO

Sabato 4 febbraio 2023

Erano come pecore che non hanno pastore.

 

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,30-34
 
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Parola del Signore.

 

Gesù è sempre attento alle persone che ha intorno, e mostra una particolare capacità di lasciarsi coinvolgere nelle loro situazioni. Egli sa gioire della gioia degli apostoli che gli raccontano della missione di predicazione appena conclusa. E per loro predispone un meritato riposo lontano dalla folla, partendo alla volta di un luogo solitario. Ma stupisce che Gesù anche quando si sottrae alla folla, questa sappia sempre dove trovarlo. Segno che Gesù non si nasconde del tutto; anche se si sottrae momentaneamente dissemina di tracce il suo percorso  perché lo si possa trovare con facilità. Pare di capire che Gesù avesse dei luoghi solitari dove ritirarsi nei momenti di stanchezza, ma è certo anche che tutti o quasi conoscessero quei luoghi. Così, come ci dice oggi il vangelo, quando Gesù con i discepoli giunge nel posto scelto per il riposo, trova la folla ad aspettarlo. E soprattutto si commuove per loro e avverte il loro bisogno di sapere le cose di Dio. 

Anche noi cerchiamo chi ha parole di vita, chi ci sazia da quella fame profonda che c’è nel nostro cuore. E come le folle di allora, dobbiamo anche noi ricercare le tracce disseminate dal Signore per poterlo incontrare ed ascoltare dalla sua viva voce le parole d’amore che fanno bene al nostro cuore. La nostra grazia più grande è quella di avere l'Eucaristia, dove possiamo "riposare" con Gesù. Dal Signore impariamo anche la compassione e, se opportuno, seminiamo attorno a noi la Parola che ci ha saziati e che tanto può donare a chi ha fame e sete di Dio. Buona giornata

 

Venerdì 3 febbraio 2023

Gesù Cristo è lo stesso ieri oggi e per sempre!

 

La lettera agli Ebrei prima lettura della Messa feriale, e che ci sta accompagnando da tanto tempo nel cammino di fede, dopo averci parlato del Sacerdozio di Cristo, del suo Sacrificio attraverso il quale è entrato nel vero Santuario del cielo, ora nella parte conclusiva, nel tratto che ci dispensa oggi la liturgia fornisce alcune esortazioni molto importanti. Oggi dice: “Fratelli, l’amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l’ospitalità,”, poi continua quasi per ribadire l’importanza di quest’opera: “alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli”. Ecco le sorprese di Dio cui la nostra fede a volte ci fa sperimentare. Gli angeli, abitatori beati del cielo, si mobilitano per noi, visitandoci quando pratichiamo l’ospitalità, l’accoglienza e la generosità verso chiunque si trovi nel bisogno. La lettera poi continua in una serie di raccomandazioni che potremo catalogare come “opere di misericordia corporale e spirituale. È la vita cristiana che dipanandosi dal Signore “Gesù Cristo, lo stesso ieri oggi e per sempre!”, e s’irradia su tutti quelli che lo seguono e desiderano orientare la loro vita secondo gli insegnamenti del Vangelo. Buona giornata.

 

 

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Memoria di San Biagio, Vescovo e Martire

 

Oggi è anche la memoria di San Biagio, martire. San Biagio Vescovo della città di Sebaste in Armenia al tempo della “pax” costantiniana. Il suo martirio, avvenuto intorno al 316, è spiegato dagli storici in conseguenza di una persecuzione locale dovuta ai contrasti tra l’occidentale Costantino e l’orientale Licinio. Nel secolo VIII alcuni armeni portarono le reliquie a Maratea (Potenza), di cui è patrono e dove è sorta la basilica sul Monte San Biagio. Il suo nome è frequente nella toponomastica italiana e di molte nazioni, a conferma della diffusione del culto. Avendo guarito miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca di pesce in gola, è invocato come protettore per i mali di quella parte del corpo. A quell’atto risale il rito della “benedizione della gola”, compiuto con due candele incrociate (da Avvenire).

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La Chiesa di Gerusalemme celebra oggi la festa dei Santi Simeone e Anna. Inoltre oggi è anche la memoria di Sant’Oscar (Ansgario), detto anche apostolo degli Scandinavi, per aver promosso l’evangelizzazione di quelle terre e gran parte del nord Europa. 

 

Giovedì 2 febbraio 2023

La presentazione di Gesù al tempio

 

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore (Lc 2, 22-23).

 

Quaranta giorni dopo il Natale la Chiesa c’invita a celebrare la festa della "Presentazione di Gesù al tempio". Il rito della presentazione del primogenito al Signore e il suo riscatto rievocava la liberazione prodigiosa operata da Dio in Egitto in favore del suo popolo, al quale furono risparmiati dall’angelo sterminatore i loro primogeniti dalla morte.

Se da noi in occidente la festa è denominata “candelora”, in oriente, da dove poi è partita diffondendosi ovunque nei secoli VI e VII, è detta “hipapante”, cioè festa dell’Incontro. In Gesù Bambino Dio incontra finalmente il suo popolo in trepida attesa, rappresentato da Simeone, Anna Maria e Giuseppe, i poveri di Jhawhé. Una processione con le candele si svolgeva per l’occasione già a Roma nell’alto medioevo come contraltare alle sfilate carnevalesche che dello stesso periodo di febbraio si svolgevano nella città eterna.

Il rito del “lucernario” ci ricorda che Cristo è “luce per illuminare le genti” e che anche noi cristiani siamo chiamati a portare la luce nel mondo. Ne è fondamento biblico proprio il cantico di gioia in cui il vecchio Simeone prorompe alla vista del piccolo Gesù che a 40 giorni viene portato da Maria e Giuseppe al tempio: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza preparata da te davanti a tutti i popoli; luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”. La legge mosaica prevedeva che al quarantesimo giorno di vita del bambino la famiglia potesse fare il pellegrinaggio a Gerusalemme (Lev. 12, 2-8) per offrire il neonato al Signore e recare al tempio un’offerta che, per le famiglie più povere, come quella di Maria e Giuseppe, consisteva in una coppia di tortore o di giovani colombe. E la “Candelora” cade infatti il 2 febbraio, 40 giorni dopo il Natale. Un cantico di lode speciale quello di Simeone – il “Nunc dimittis”, diventato patrimonio della preghiera liturgica della Chiesa, parte della compieta – che è segno dell’incontro eccezionale – di quelli che solo lo Spirito Santo combina! – tra il vecchio sacerdote alla sera della vita e il Salvatore. In oriente, la “Presentazione al tempio di Gesù” è detta “festa dell’incontro”, “Hipapante”.

L’episodio evangelico dell’offerta del Bambino al Signore, la figura del vecchio Simeone (che aspettava la consolazione di Israele ed era pieno di Spirito Santo) e quella della vedova Anna, che abitava nel tempio e serviva fedelmente Dio con digiuni e preghiere, essa pure tra i protagonisti dell’episodio della presentazione di Gesù al tempio, hanno fatto sì che la festa di oggi sia stata scelta da S. Giovanni Paolo II, nel 1997, come giornata “per la vita consacrata”Accogliamo anche noi “fra le nostre braccia”, come il Santo Simeone, Gesù e con lui ripetiamo: “i miei occhi hanno visto la tua salvezza o Dio, preparata da te davanti a tutti popoli”. Buona giornata.

Mercoledì 1 febbraio 2023

Il Profeta disprezzato nella sua patria

 

Il brano del Vangelo di oggi ci presenta Gesù che ritorna nella sua patria a Nazaret, dove aveva vissuto per più di trent’anni con la sua famiglia, ed era conosciuto da tutti come “il figlio del carpentiere”. Sicuramente avrà lavorato con Giuseppe nella modesta bottega di falegname, dove tanti nazaretani saranno andati a chiedere i loro servizi. E in tutti quegli anni non aveva mai fatto parlare di sé, né fatto cose straordinarie, o compiuto prodigi, o miracoli, e guarigioni. È probabile che al sabato nella sinagoga del paese abbia proclamato la Parola di Dio, senza mai mostrare la sapienza che possedeva come Figlio di Dio. Ora però che la fama delle cose compiute da Lui nei paesi vicini lo aveva preceduto, i suoi compaesani erano ansiosi di poterlo ascoltare. E proprio di sabato, c’informa Marco “si mise a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo, rimanevano stupiti”, chiedendosi però da dove gli venisse tutta quella sapienza. E i suoi conterranei da un iniziale entusiasmo passarono allo stupore, poi al dubbio e infine al rifiuto. Per loro quell’uomo (Gesù) che avevano conosciuto mite e silenzioso, in quel momento era solo motivo d’inciampo; non potevano credere che potesse parlare con una sapienza ispirata, compiere miracoli e prodigi, ecc. Letteralmente erano bloccati dal pregiudizio di sapere tutto su di Lui; e questo li rendeva incapaci di aprirsi ad una conoscenza più profonda che solo la fede avrebbe dato loro.

Questo brano allora ci mette in guardia dalla superficialità di considerarci sullo stesso piano di Gesù. Dalla presunzione di sapere tutto del Signore, o di considerare il suo vangelo con troppa dimestichezza, illudendoci di saperlo interpretare correttamente perché lo abbiamo letto e riletto più volte. In questo caso è come se noi smettessimo di essere discepoli che camminano dietro al loro Maestro per avventurarsi in una sorta di rincorsa in avanti per superarlo. Non dobbiamo mai dimenticare quelle prime parole che Gesù disse all’inizio della sua predicazione: “Convertitevi! E credete al Vangelo” (Mc1,18). Il Vangelo anche se letto infinite volte non dovrebbe mai smettere di stupirci; ed è scavando in profondità che troveremo sempre nuovi filoni d’oro.

 

Qualche giorno fa Gesù ci diceva: “Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi fa la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc. 3,34). Gesù ci ha portato Dio vicino, affidandoci la sua Parola istruendoci su ciò che Dio vuole da noi; il Vangelo poi mostrandoci quello che Gesù ha compiuto ci rivela anche ciò che dobbiamo fare perché il Padre possa compiacersi di noi suoi figli.  Buona giornata.

 

Martedì 31 gennaio 2023

Memoria di San Giovanni Bosco

 

San Giovanni Bosco sacerdote. Nato il 16 agosto 1815 a Castelnuovo d’Asti, oggi Castelnuovo Don Bosco, dopo una dura fanciullezza, ordinato sacerdote, dedicò tutta le sue forze all’educazione degli adolescenti, fondando la Società Salesiana e, con la collaborazione di Santa Maria Domenica Mazzarello, l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, per la formazione della gioventù al lavoro e alla vita cristiana. In questo giorno 31 maggio 1881 a Torino, dopo aver compiuto molte opere, passò piamente al banchetto del cielo.

 

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Mi sembra particolarmente importante conoscere il pensiero di questo grande educatore della gioventù e in questa sua lettera che vi propongo è descritto in modo sintetico il suo “Metodo Preventivo” col quale ha formato e continua a formare schiere di giovani.

 

DALLE “LETTERE” DI SAN GIOVANNI BOSCO

 

Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere.
Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! È certo più facile irritarsi che pazientare: minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza e alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava san Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo.
Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione.
Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne a ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi scandalo, e in molti la Santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti e umili di cuore (Mt 11,29).
Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, e allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.
In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.
Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.
Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere, del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori e unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù.

 

Lunedì 30 gennaio 2023

L’indemoniato di Gerasa

 

Nel brano odierno del vangelo si possono trovare diversi spunti di riflessione. E' il seguito del racconto della barca in balia delle onde sul lago di Genezaret dove Gesù, beatamente addormentato a poppa, viene svegliato dai discepoli terrorizzati dalla violenta tempesta di acqua e vento che rischia mandarli a fondo. Gesù svegliatosi sgrida il mare e il vento, e improvvisamente tutto si calma; ma biasima anche la poca fede dei discepoli. Dopo le peripezie del pericoloso viaggio, finalmente approdano all’altra sponda, ma ad accoglierli c’è un ossesso. Un uomo che vive nei sepolcri e si para davanti a Gesù e ai suoi discepoli, ancora impauriti dal pericolo scampato. Poveri discepoli: quante (dis)avventure debbono affrontare per seguire Gesù!

Possiamo cogliere la potenza di Gesù che libera il posseduto da una “legione” di demoni. Una infestazione di proporzioni gigantesche, se si pensa che una legione nell’antica Roma era composta da 4.000 a 5.000 soldati. Gesù ha il potere di comandare su di loro e questi obbediscono immediatamente. È curioso che i demoni chiedano a Gesù di poter andare in una mandria di maiali che erano al pascolo poco distanti, e Lui lo conceda. Quello del mondo pagano era il loro habitat, e per un ebreo i porci rappresentavano il massimo dell’immondezza. Probabilmente Marco vuole indurci a riflettere su quanto negativo sia il mondo lontano da Dio. Gesù è potente, se solo sapessimo fidarci più di Lui vedremmo anche noi delle meraviglie.

Il brano del vangelo odierno riguarda pertanto un esorcismo in terra pagana. Ma anche oggi ci sono molti che pur sapendo dell’esistenza di Gesù lo rifiutano per un pregiudizio, cioè che lui possa portare via qualcosa della vita. Gesù invece ridona la dignità e non toglie nulla di ciò che può costituire un bene per l’uomo; dona invece tutto ciò che può rendere l’uomo più felice. L’indemoniato geraseno ne è una chiara testimonianza.

È interessante inoltre sentire che l’indemoniato dopo la liberazione vuole rimanere con Gesù, per un senso di gratitudine. Ma Gesù non glielo permette, gli dice però di testimoniare ciò che Dio ha fatto per lui, rimanendo fra la sua gente. Lo lascia come segno eloquente dell’amore di Dio fra gente in balia del male.

Parliamo anche noi delle cose belle che Dio fa per noi, testimoniando a tutti l’amore di Gesù. Buona giornata. 

 

Domenica 29 gennaio 2023, IV del Tempo Ordinario

Grande è la vostra ricompensa nei cieli

 

Il brano del Vangelo che ci propone oggi la liturgia è uno dei più conosciuti del Nuovo Testamento: le Beatitudini. Esso fa parte di un discorso molto più ampio e articolato detto “Discorso della montagna”. Il testo rappresenta in un certo senso la sintesi di questa prima conversazione programmatica di Gesù, l’insegnamento sul Regno di Dio, che si è fatto vicino all’uomo. Matteo mette in risalto che Gesù “salì sul monte e si mise a sedere e si avvicinarono a Lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro”, e poi di seguito elenca le otto beatitudini. Come Mosè era salito sul monte Sion per ricevere la Legge e darla al popolo di Dio, così Gesù, per dare compimento alla Legge antica e indicare a tutti la perfezione salì anche Lui sul monte. Un monte, quello di Gesù, meno aspro e arido del Sinai. Più che di un monte sarebbe meglio parlare di un colle, infatti, quello che ora è considerato il luogo delle beatitudini, è un poggio verdeggiante dolce e digradante verso il lago di Genezaret, che indica la soavità della Legge evangelica, una Legge d’amore.

 

Le Beatitudini comportano un capovolgimento del nostro modo di pensare e di agire. Là dove il mondo dice che i ricchi e i potenti sono felici perché possiedono beni e sono famosi e per questo stimati dalla gente, Gesù, al contrario, dice: “Beati” proprio “i poveri in spirito” - in teoria dovremmo essere rappresentati tutti in questa categoria, perché su tutti incombe la spada di Damocle della morte, di fronte alla quale siamo tutti uguali, tutti in un certo senso poveri; ma non tutti si rendono conto di questo, e non pochi s’illudono di sfuggire alla nemica dell’umanità – “perché di essi è il Regno dei cieli”. La prima Beatitudine è il cuore dell’insegnamento di Gesù in questa pagina evangelica, le altre sette sono come delle specificazioni di questa prima. Ma in questa pagina, oltre ad un insegnamento spirituale e morale molto elevato, che vale la pena rileggere con molta calma per scoprire quanto siamo vicini al modo di pensare di Gesù, abbiamo qui il più bel ritratto del Signore. Così è vissuto Lui sulla terra e così dobbiamo impegnarci noi a vivere come Lui. Vale anche in questo caso quello che Gesù dice agli apostoli dopo aver lavato loro i piedi nell’ultima cena: “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv. 13,15). La Vergine Maria, Madre di Gesù e nostra, ci aiuti in questa impresa così grande. Buona domenica.

 

Sabato 28 gennaio 2023

Lo presero con sé così com’era

 

Il Vangelo oggi ci presenta Gesù come Cristo Signore dell’universo che comanda al mare e al vento di calmarsi durante una violenta tempesta, mentre di notte lo stanno attraversando per andare all’altra sponda. Ma oltre a questo il Vangelo annota anche che Gesù è pienamente uomo con tutti i limiti del caso. E Marco non lesina i particolari, sottolineando proprio la stanchezza del Signore che stremato dalla faticosa giornata appena salito sulla barca “a poppa sul cuscino si addormentò”. Marco racconta lo stupore dei discepoli che si domandano: “Chi è costui che comanda al vento e al mare, e questi gli obbediscono?” La risposta la conosciamo bene: costui è vero uomo e vero Dio. Il mare in tempesta simboleggia il mondo agitato e a volte anche il nostro cuore inquieto. Gesù con la sua parola potente calma il mare e il vento e la tempesta cessa di fare paura. Nel titolo che ho messo a questo commento mi pare di scorgere la chiave di lettura di questo episodio. Si riferisce ai discepoli che alla partenza presero con sé nella barca Gesù, e lo “presero così com’era”, stanco e affaticato che quasi non si reggeva in piedi e addormentato sul cuscino nel bel mezzo di una tempesta. Debole ma pur sempre il Signore che ha potere su tutte le cose e gli avvenimenti. Ecco anche noi non dobbiamo aver paura di prendere con noi il Signore, così com’è, e se qualche volta pare dormire, è perché vuole che noi ricorriamo a Lui con più fiducia. E nella prova la preghiera si fa più intensa e mirata. Buona giornata.   

 

Memoria di San Tommaso D'Acquino

Sacerdote e dottore della Chiesa

 

Nato a Roccasecca, Frosinone 1225 – morto a Fossanova, Latina, 7 marzo 1274. Domenicano formatosi nel monastero di Montecassino e nelle grandi scuole del tempo, e divenuto maestro negli studi di Parigi, Orvieto, Roma, Viterbo e Napoli, impresse nel suo insegnamento un orientamento originale e innovatore. Ha lasciato molti scritti e specialmente la celebre “Summa” la sistemazione geniale della dottrina filosofica e teologica raccolta dalla tradizione. Il suo influsso nella filosofia e teologia è proseguito nei secoli successivi.

 

Venerdì 27 gennaio 2023

La forza del Regno

 

Due parabole oggi racconta Gesù. Due parabole per farci capire come funziona il Regno che Lui paragona ad un piccolo seme, ma che ha in sé una potenza enorme. Il seme del Regno deve incontrare la terra. Di più nella terra deve morirci per liberare tutta la potenza che ha dentro di sé. Il disegno di Dio si compie non per meriti degli uomini – semmai loro, gli uomini, possono fornire un po’ di manodopera e collaborare tuttalpiù alla semina – ma la forza è intrinseca al seme. Gli inizi possono essere anche incerti o sembrare insignificanti, ma poi avvolto nel silenzio cresce e lascia senza parole. Esaminiamo nella nostra vita le volte che il Signore ci ha stupiti per qualcosa d’inaspettato che è accaduto nella nostra vita. Pertanto credo che dobbiamo sforzarci di dare il nostro meglio, ad esempio nell’educazione dei figli se siamo genitori; nel lavoro svolto con responsabilità; nell’impegno di migliorare il proprio mondo interiore, mettendo ordine dove troviamo caos, ecc., nella consapevolezza che siamo limitati, ma nella totale fiducia che il Signore è capace di fare il resto, e lo farà se lo lasciamo operare. Buona giornata.

27 gennaio Giornata della Memoria, di riflessione e preghiera per le vittime della Shoah.

Curiosando sui Blog

 

Dal Blog di Sabino Paciolla un istruttivo articolo di Marcello Veneziani che propongo ai frequentatori di questo sito e vale la pena di leggere.

 

Abbiamo bisogno di verità

Cosa ti manca di più in questi mesi da cittadino, da giornalista e da “pensatore”? La verità. Sì, la verità, questa importuna signorina che sembra troppo antica, troppo perentoria, troppo assoluta per sposarsi e adattarsi al microclima dei nostri giorni, anzi al clima micragnoso e velenoso del presente. La vedo fuggire indignata e ferita dal circo mediatico-politico, rattrappirsi nelle bocche dei politicanti di Palazzo, spegnersi nelle menti degli intellettuali e pervertirsi sulle colonne infami dei giornali. Lo dico per esperienza quotidiana ripensando a troppi fatti recenti, tra pandemia, guerra e crisi economica, energetica e ambientale e che ritrovo esattamente rovesciati nella rappresentazione che ne hanno dato testimoni, attori e narratori. La realtà è una cosa, la rappresentazione dei media è un’altra. La storia è una cosa, la ricostruzione è un’altra. A nulla vale tentare di restituire la verità delle cose, resta solo quel che è sostenuto con mezzi più forti. L’ideologia vince sulla realtà, la ragion politica sulla verità. L’organizzazione sistematica della non-verità, fino al capovolgimento dei fatti e delle responsabilità vince sulla verità: la fiction si insinua anche nella vita e nella comunicazione e risponde a scopi propagandistici, manipolazioni dei fatti. Il falso vale più del vero, anche perché è più duttile e dunque si adatta a chi lo indossa. Chi detiene l’egemonia ideologica dell’informazione ti può far passare per vittima o per censore, per eroe o asservito, indipendentemente dalla verità dei fatti. Se la verità non coincide con i loro interessi ideologici o materiali, tanto peggio per la verità.

Troppo spesso allontanata dai Palazzi, compresi quelli di giustizia, la verità non viene risarcita nelle piazze, nelle case e nei luoghi pubblici e privati della vita odierna; ma anche qui svanisce perché prevale nella quotidianità corrente la simulazione e la dissimulazione, l’apparenza e il travestimento, l’ipocrisia e lo sdoppiamento. Anche il senso comune alla lunga cede alle convenienze. Anzi non c’è un mondo comune, ognuno vede le cose dal suo punto di vista e di utilità. Soggettivismo puro e relativismo. Chi pensa che la fine della verità oggettiva e comune sia l’inizio della libertà e la garanzia della democrazia, rovescia la realtà: senza una verità condivisa e fondata sulla realtà, vince la verità del più forte, fino a che è più forte. Altro che libertà e diritti umani.

È il problema più urgente dei nostri anni: la perdita della verità. E la sua subordinazione ad altro: alla volontà di dominio, alla necessità del Fatturato, al primato del Piacere o, più modestamente, della Comodità, alla vittoria del Partito, dell’Apparato o dell’Azienda, comunque del Potere. Non riusciremo più a dialogare se continueremo a disattendere la verità; smetteremo di vivere con gli altri, di condividere sorte e lavoro, vita, amore e morte, se continueremo questa demolizione della verità a scopo d’utile individuale o di parte. È stata costruita negli anni la giustificazione scientifica per la perdita della verità: da tempo ormai ci insegnano sin dalle scuole che la verità non esiste; esiste l’interpretazione, l’opinione, il punto di vista. Non c’è una verità che valga per tutti e per sempre, la mia verità diverge dalla tua e muta col mutare del tempo; così relativizzata, la verità viene ridotta ad uso singolo e temporaneo, e quindi sottomessa prima allo sguardo e poi alla volontà del soggetto. Sembra ormai una verità acquisita e indiscutibile che non ci sia una verità oggettiva; ma non è così, credetemi. C’è una sfera di cose incerte e opinabili ma c’è anche una sfera di cose chiare ed evidenti, senza le quali non riusciremmo a vivere e a comunicare; e nel mezzo c’è una processione infinita di realtà che si avvicinano alla verità, che si incamminano verso di lei. Per vivere, per dialogare, per avere un rapporto con gli altri e per stare al mondo, non possiamo partire che dalle cose certe e vere: la certezza di essere uomini e mortali, in primo luogo, e poi la certezza della nostra identità come ce la disdegna il corpo, l’origine, la provenienza, il luogo in cui siamo nati, le persone da cui proveniamo, il mondo. La certezza dell’esperienza passata, la certezza di aver pronunciato certe parole, di aver assunto certi impegni, di aver compiuto certe scelte: il nostro passato presenterà pure zone d’incertezza dovute alla labilità della memoria, agli inganni delle apparenze e alla opinabilità di alcune cose, ma è anche un luogo di verità e di realtà realmente accadute che non possiamo revocare o relativizzare. Certo è il richiamo della natura, la comune certezza di vedere le cose che vediamo, di sentire le cose che sentiamo. Certo è il presente. I sensi, gli affetti, i bisogni mostrano esperienze reali. Anche quando ci neghiamo alle verità della vita, ne siamo dentro, fino in fondo. Nascere, invecchiare, morire, creare, distruggere non sono illusioni o punti di vista.

Prima della libertà e della giustizia, prima del pluralismo e dei diritti, c’è il riconoscimento della verità. Non è vero che la verità uccida la libertà. I dispotismi del passato non nascevano nel nome della verità ma dall’arroganza soggettiva di chi pretendeva di identificarsi nella verità e decidere in suo nome sugli altri: nessuno incarna la verità, tutti siamo in varia misura dentro la verità, ma nessun essere umano è la verità. I dispotismi e i terrorismi non nascono nemmeno dalla pretesa di rappresentare la verità, ma al contrario dalla distorsione della verità e dalla sua sottomissione ad un Assoluto: il Partito, il Potere, l’Assoluto, la Classe, la Razza, il Paradiso in terra. In nome di una supremazia, la verità viene modificata e cancellata.

La verità attiene alla conoscenza e non alla potenza, è una ricerca e non un monopolio, è un fine e non è un mezzo, e dunque non può essere usata per colpire, ma per sapere. Oggi, dicevamo, viviamo tra pensiero debole e poteri forti: la verità è il suo contrario, un pensiero forte in un corpo fragile.

 

Marcello Veneziani

Giovedì 26 gennaio 2023

Memoria dei Santi Timoteo e Tito

 

la Chiesa oggi ci fa celebrare la memoria dei Santi Timoteo e Tito. La conversione di un importante personaggio, come ieri che abbiamo celebrato quella di San Paolo, non si ferma mai soltanto all’interessato, ma coinvolge tante altre persone. È proprio il caso di questi due Vescovi delle primissime generazioni cristiane, ambedue convertiti proprio da Paolo, e divenuti suoi collaboratori. Timoteo e Tito provenivano tutti e due dal mondo pagano. Diciamo che i due Vescovi rappresentano il frutto maturo dell’impegno evangelizzatore dell’Apostolo delle Genti, questo è il titolo che Paolo stesso si è attribuito. Gli Atti degli Apostoli e le lettere paoline documentano l’immane fatica sostenuta da questo intrepido evangelizzatore per far passare l’idea che anche i pagani potessero ascoltare il Vangelo e diventare cristiani senza dover abbracciare il giudaismo, la circoncisione e l’osservanza di tutte le prescrizioni rituali ebraiche. La fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, morto e risorto, e il battesimo, bastavano ad essere accolti nella Chiesa e ottenere la salvezza. Timoteo e Tito ne erano un esempio lampante. Timoteo era figlio di una donna israelita e di padre pagano. Egli infatti rappresentava un punto d’incontro e d’intesa tra le due tendenze. Per rispetto del padre la madre non lo aveva fatto circoncidere. Quando Paolo arrivò in Asia minore e a Listra, paese di origine di Timoteo, convertì la madre e battezzò il giovane, promettente figlio.

Tito, a sua volta, era proprio uno di quei pagani della Siria che, convertito da San Paolo, era entrato a far parte della Chiesa di Antiochia. Quattordici anni dopo Paolo lo portò con sé a Gerusalemme, proprio nel momento cruciale della controversia del battesimo ai gentili. La tesi di Paolo prevalse per la sua strenua difesa e Tito divenne il simbolo vivente del valore universale del cristianesimo, senza distinzione di razza e di cultura.

Strano a dirsi ma a Timoteo fu Paolo stesso a consigliargli di farsi circoncidere, probabilmente perché aveva in mente di farne un missionario presso gli Ebrei. Timoteo divenne uno dei migliori collaboratori di Paolo, docile ed affettuoso, riflessivo e fedele. Anche Tito collaborò con Paolo, eloquente e ispirato, zelante e irreprensibile. Ambedue furono destinatari di lettere di Paolo: due importantissime a Timoteo e una a Tito. Quest’ultimo rimase a Creta, dove divenne vescovo di Gòrtina e vi morì vecchissimo, verso la fine del primo secolo. Timoteo invece fu inviato da Paolo ad organizzare la Chiesa di Efeso, e divenne il suo primo vescovo, amato e venerato, dove morì nel 97. La Tradizione lo disse martire, ucciso a colpi di pietra dai pagani della città perché si sarebbe opposto ai baccanali durante una festa pagana.

 

 

Pregate dunque il Signore della messe

 

Pregare incessantemente è l’unica garanzia che abbiamo per ottenere da Dio il dono delle vocazioni alla vita consacrata, così preziosa e indispensabile per la Chiesa. Il brano del vangelo odierno ci dice che Gesù ha designato altri 72 discepoli, oltre agli Apostoli, e li ha mandati come “agnelli in mezzo ai lupi”. Per questo occorre pregare, perché gli agnelli non si spaventino davanti ai lupi e scappino via (certo che non possono nemmeno rallegrarsi), e soprattutto non prendano esempio dai lupi, diventando lupi a loro volta. Ma è Gesù che li manda e se ha voluto che fossero così inermi è perché Lui stesso vuole prendersene cura, e vuole che ricordino sempre che la vita di fede non è mai esente da rischi. Qualcuno infatti ci ha rimesso la vita: i martiri ad esempio. Gesù però pascola solo agnelli e pecore, e non pasce lupi, che tiene lontano dal suo gregge. Allora ritorniamo all’inizio del vangelo odierno. Gesù dice: “Pregate” e sottolinea la congiunzione “dunque”. Come a dire: perché state a perdere del tempo in chiacchere inutili, in considerazioni sulla pastoralità, ecc. Datevi una mossa, mettetevi in ginocchio se necessario, ma supplicate il Signore della messe che mandi vocazioni. Buona giornata 

 

Mercoledì 25 gennaio 2023

Festa della conversione di San Paolo

 

La conversione di San Paolo che celebriamo oggi nella Liturgia, esprime la potenza della grazia di Dio che sovrabbonda sempre là dove abbonda il peccato. Questa esperienza non solo segnò la vita dell’Apostolo, ma fu determinante anche per il cammino della giovane Chiesa che stava muovendo i suoi primi passi. Siamo intorno agli anni 33 o agli inizi del 34, mentre Saulo (così si chiamava il nostro) stava andando a Damasco per condurre alcune persone che avevano aderito alla nuova fede cristiana. Dicevo che la Chiesa ha tratto anche lei vantaggio dalla conversione di Paolo. Oserei dire che in lei si è operata come una svolta epocale, perché il Vangelo fino a quel momento predicato solo ai giudei, grazie all’Apostolo delle Genti, ha rotto quei confini ristretti ed è arrivato ai pagani. Noi pure abbiamo beneficiato di questa apertura. In verità prima di Paolo, San Pietro aveva dischiuso le porte della Chiesa ai gentili, accogliendo il centurione Cornelio e la sua famiglia. Ma prima di loro, fu lo stesso Gesù a guarire la figlia della donna cananea, lasciando intuire che la salvezza sarebbe stata offerta a tutti. Questa donna aveva stupito il Signore con la sua limpida fede. Vale la pena richiamare l’episodio. Gesù si trovò ad attraversare la decapoli e qui gli si parò davanti una donna cananea che aveva la sua figlioletta posseduta da un demonio. All’insistenza della donna e anche dei suoi apostoli, Gesù le disse: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini. E lei di rimando: “E’ vero Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” (Mt. 15,26). Gesù vista la sua grande fede operò il miracolo, elogiando al contempo la sua fede. Forse anche da questo episodio il cui racconto circolava nella comunità San Paolo ha capito che il Vangelo non era destinato ai soli giudei, ma doveva essere portato al mondo intero, anche ai pagani. Paolo ha cominciato così ad evangelizzare prima i giudei, poi ricevendo rifiuti passò ad annunciare Cristo ai gentili, incontrando il loro favore. E questo divenne per lui un vanto: potendo cioè portare il Vangelo ai pagani, come Pietro era stato incaricato di portarlo ai giudei. La conversione di Saulo, come già detto, avvenne mentre si stava recando a Damasco per arrestare quei giudei che avevano tradito la fede ebraica per seguire la Via, così si chiamavano i seguaci di Gesù della prima ora. E di quell’esperienza Paolo ne parla in prima persona almeno tre volte negli Atti degli Apostoli e nelle sue lettere (Galati). Ma qualche studioso ritiene che la sua conversione abbia un antefatto nella lapidazione di Stefano. E vedendolo morire mentre invocava il perdono dei suoi uccisori, come fece Gesù sulla croce, sia rimasto profondamente colpito. L’esperienza di Damasco poi, con Gesù che gli disse: “Saulo, Saulo perché mi perseguiti?” abbia fatto il resto. In definitiva la conversione avviene proprio per il contatto con i credenti in Gesù, e Saulo cercava proprio i giudei passati alla nuova fede per arrestarli e dissuaderli. Abbagliato dalla visione rimase cieco per tre giorni, fino a quando lo raggiunse Anania, un discepolo di Damasco, che lo accolse nella sua casa e gli diede il battesimo. E Paolo fin da subito cominciò a parlare di Gesù, dimostrando sulla base delle Scritture che era Lui il Messia, cioè il Cristo.

 

La conversione dell’Apostolo delle Genti ci aiuti a comprendere quanto sia necessario annunciare Gesù alle persone, le quali invece pensano di poterne fare a meno. Ma è necessario però che prima ci lasciamo illuminare noi dalla luce del vangelo, dobbiamo cioè convertirci, per non rischiare di annunciare un Gesù secondo i nostri gusti o quello di chi ci ascolta. Buona giornata.  

 

Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo

 

 

Il Vangelo di oggi, nella festa della conversione di San Paolo, dice: “Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura, Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”. Sono le ultime parole dette da Gesù ai suoi Apostoli prima di salire al cielo. E sono anche il programma della Chiesa, almeno da due millenni a questa parte, prima cioè che si ammodernasse. E ora che anche la Chiesa è diventata postmoderna sembra che la salvezza delle anime non sia più il suo principale impegno. Ora l’ecologia, i migranti, il cambiamento climatico, l’inclusione e tante altre bellissime iniziative più glamour, sembrano il suo specifico. Ma nella festa della conversione di San Paolo, il vangelo ci ripresenta ancora una vota l’esigenza di proclamare con chiarezza il Vangelo ad ogni creatura. Il vangelo infatti non si lascia incantare dal fascino delle mode, sicuramente da non disprezzare, ma di per sé passeggere. Il Vangelo che sembra sempre inattuale, resta perennemente valido. E anche se la gente ama sentirsi dire ciò che più gli piace, non per questo la Chiesa deve venir meno al suo mandato di annunciare la Verità. E la verità che è Gesù, prima ancora dell’ecologia, del cambiamento climatico, dell’accoglienza dei migranti, dell’inclusione di tutti gli emarginati, viene prima di ogni altra cosa perché è la carità più grande che si possa fare all’uomo. Gesù è perentorio: “Chi crederà” al Vangelo predicato dagli Apostoli, dai Vescovi loro successori, dai preti collaboratori dei Vescovi “e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc. 16,15ss). Certo, il linguaggio del Signore è molto semplice e diretto. Oggi si direbbe tranchant, e potrebbe irritare qualche anima bella, ma che ci volete fare: è Gesù che lo dice! E chi ha il coraggio di affermare che non è più vero perché la scienza ha fatto progressi, la psicologia ha demolito vecchi tabù, ecc.? Parlando di conversione non dobbiamo pensare che San Paolo fosse un grande peccatore. La sua è stata una conversione al Vangelo. Paolo infatti, prima di diventare cristiano convinto, era uno zelante fariseo, scrupoloso osservante della Legge mosaica e strenuo difensore della fede ebraica. Educato alla scuola del grande maestro Gamaliele, peraltro di mentalità molto aperta, ad esempio in una delle diverse riunioni del Sinedrio per decretato la morte di Gesù, Gamaliele prese le sue difese dicendo semplicemente che “la nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?” (Gv. 7,50), meritandosi le ingiurie di molti sinedriti. San Paolo ha considerato un privilegio essere stato scelto dal Signore per portare il vangelo ai pagani e a questo scopo ha lottato, sofferto come un leone. È molto bello quello che lui dice a Timoteo, parlando proprio della sua conversione: “Rendo grazie a Colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede” (1Tm. 1,12-13). Ringraziamo il Signore per il Vangelo, e ringraziamo San Paolo che con impegno, con forza e coraggio lo ha propagato ovunque.  

 

Martedì 24 gennaio 2023

Consanguinei di Gesù

 

La pagina del Vangelo di oggi è una di quelle che andrebbe incorniciata e messa in bellavista nelle nostre case. Da leggere cioè quotidianamente per sapere quanto siamo preziosi agli occhi di Gesù. Cosa dice di tanto importante? Una cosa molto semplice, dice che noi siamo consanguinei di Gesù, quando compiamo la volontà di Dio. È semplicemente meraviglioso. Ma andiamo al testo. L’evangelista Marco c’informa che “la madre e i suoi fratelli e le sue sorelle (cioè i suoi parenti più stretti. Non esistevano i gradi di parentela come usiamo noi oggi, pertanto i parenti in linea diretta, come i cugini di primo grado ad esempio, erano considerati fratelli e sorelle) stando fuori lo cercavano”. Ma Gesù informato della cosa inaspettatamente risponde con una domanda retorica: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” Poi volgendo lo sguardo intorno e scrutando uno ad uno i suoi discepoli dice perentorio: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. Non è che qui Gesù rinneghi la propria madre. Tutt’altro! Anche perché Maria ha certamente fatto la volontà di Dio, e in grado massimo come nessun altro al mondo.

Ma è molto bello allora da parte di Gesù il suo volgere lo sguardo attorno, perché in quel gesto da Lui compiuto siamo compresi anche noi. Gesù in quel momento è come se avesse trasceso il tempo che ci separa da Lui e in un colpo d’occhio meraviglioso abbia incluso in quello sguardo tutti i discepoli che avrebbero creduto in Lui, dichiarandoli parte fondamentale della sua famiglia. Qui è proprio il caso di parlare di “famiglia allargata”, dove il grado di parentela non è determinato dalla consanguineità, ma dalla volontà di Dio posta in atto, cioè dalla fede che ci fa aderire a Gesù e dall’amore verso la sua persona.

Incorniciamola nel nostro cuore questa pagina, tenendola sempre fissa nella mente, specie quando ci prende la tentazione di pensarci soli, o di non sentirci apprezzati abbastanza dagli altri. Inoltre la consanguineità con il Signore è data anche dal fatto che noi nella Messa ci nutriamo dell’Eucaristia, cioè del Corpo e del Sangue di Gesù, e lì ci unisce spiritualmente a sé.

Facciamo nostro allora il canto al vangelo che oggi riprendendo l’esultanza nello Spirito di Gesù e dice: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno”. Buona giornata.  

 

Memoria di San Francesco di Sales

Oggi la Chiesa ci fa celebrare la memoria di San Francesco di Sales. Solitamente le memorie dei santi vengono celebrate nel giorno del loro Dies Natalis, cioè quello della morte. Ma non è così per San Francesco di Sales, la cui morte è avvenuta il 28 dicembre del 1622 a Lione. Il 24 gennaio si ricorda invece il trasferimento delle sue spoglie mortali ad Annecy, dopo la sua canonizzazione avvenuta nel 1665. Divenuto Vescovo di Ginevra fu uno dei grandi maestri di spiritualità degli ultimi secoli. Scrisse la Filotea e altre opere ascetico-mistiche, dove propone una santità accessibile a tutte le condizioni sociali, fondata sull’amore di Dio, compendio di ogni perfezione (Teotimo). Fondò con Santa Giovanna Fremyot de Chantal l’Ordine della Visitazione. Con la sua saggezza pastorale e la sua dolcezza seppe attirare all’unità della Chiesa molti calvinisti. 

 

Curiosando sui Blog

Stravaganze del politicamente corretto

Dal Sito “La nuova bussola quotidiana” un articolo ironico e serio sulle bizzarrie del politicamente corretto. Editoriale di Tommaso Scandroglio 

Quelli che il colore bianco è razzista

Un progetto milionario finanziato dal Research Council of Norway si sofferma sulla “bianchezza” e pare rincrescersi per il “ruolo leader” avuto dalla Norvegia nel diffondere in tutto il mondo il bianco di titanio, contribuendo ad “affermare il bianco come colore superiore”. Pensavamo di averne sentite di tutti i colori… Ecco qualche appunto cromatico.

 

Sporco razzista di un bianco. L’insulto non è rivolto ad una persona, ma ad un colore. Tutto nasce in quel di Norvegia. Ingrid Halland, professoressa presso l’Università di Bergen in Norvegia, è la responsabile del progetto di ricerca «How Norway Made the World Whiter» - “NorWhite” (“Come la Norvegia ha reso il mondo più bianco”) finanziato dal Research Council of Norway per gli anni 2023-2028. Questo progetto, si legge nella sua scheda di presentazione, “studia un'innovazione norvegese, il biossido di titanio pigmentato bianco, attraverso una lente storica, estetica e critica, concentrandosi su come il pigmento ha trasformato le superfici nell’arte, nell’architettura e nel design”. E fin qui nulla di strano.

Però più avanti leggiamo: “La bianchezza è una delle principali preoccupazioni sociali e politiche di oggi”. Ci prenderà per sprovveduti la cattedratica di Bergen, ma non sapevamo proprio che la bianchezza fosse “una delle principali preoccupazioni sociali e politiche di oggi”. Pensavamo, da bravi cittadini ben inquadrati nel sistema, che le principali preoccupazioni di oggi fossero, ad esempio, l’immigrazione, il clima, la crisi energetica, le guerre, le future pandemie e, almeno per i bianconeri, le 5 sberle che la Juve ha preso dal Napoli di recente. Ma la bianchezza non aveva mai turbato i nostri sogni.

Desiderosi però di svegliarci da questo albino torpore delle menti, da questa nivea ingenuità della coscienza e di convertirci - la logica lo impone - alla negrezza, continuiamo la lettura, ormai avvinti dalla prosa allarmistica della Halland, la quale afferma che questa “innovazione norvegese […] ha reso il mondo più bianco” perché tale pigmento, per le sue ottime qualità tecniche, è stato usato in tutto il mondo. Da qui la conclusione: “Questo progetto mostrerà come la Norvegia abbia svolto un ruolo leader a livello globale nell'affermare il bianco come colore superiore”.

Oltre ad appurare che c’è del marcio non solo in Danimarca ma anche in Norvegia, ci viene da chiedere, noi moralmente neutri in fatto di colore: in che senso “superiore”? Dalla superiorità della razza bianca alla sola superiorità del bianco? Il bianco ora è scomunicato perché necessariamente collegato al colore della pelle di chi discrimina ingiustamente i colored?

La risposta pare affermativa: “In tutto il mondo - continua la Halland - all'interno e al di fuori del mondo accademico, azioni di rivolta connotate da pentimento tentano di fare i conti con il nostro passato razzista. Nei lavori fondamentali relativi agli studi sulla bianchezza, in ambito storico, artistico e architettonico, la bianchezza è intesa come struttura di privilegio culturale e visivo”. Credevamo di averne sentite di tutti i colori e invece… La Halland ha quindi sbianchettato il bianco, ha imporporato le sue guance per la vergogna, l’ha reso impresentabile appuntandogli una lettera scarlatta.

Ce l’avevamo sotto gli occhi ogni giorno questo subdolo nemico, nascosto sotto le sue candide vesti, e noi come stupidi ci vestivamo di bianco per sposarci, ci sbiancavamo i denti, usavamo spensierati il Dash perché “più bianco non si può”, cantavamo felici Bianco Natale, mangiavamo inconsapevoli la pasta in bianco, con incauta fiducia firmavamo assegni in bianco e ci rivolgevamo a Maria, con devozione tutta fanciullesca, chiamandola Turris eburnea. Tutte azioni potenzialmente discriminatorie. Allora maledetti noi razzisti, resi tali dalla natura matrigna, che ci ha fatto nascere caucasici e quindi bianchi.

E dunque fateci capire: il bianco perché bianco porta in sé un portato culturale segregazionista? E cosa dovremmo fare allora? Ridipingere le case imbiancate? Prima tra tutte la Casa Bianca? Sottoporre a sedute di bombolette spray il David di Michelangelo, il suo Mosè, la Pietà? Da ultimo qualcuno dovrebbe poi avere il fegato di avvisare il Santo Padre che il suo outfit non è più adeguato. Pure la natura richiamerebbe ad archetipi mentali razzisti. E quindi giù a sporcare la neve, a colorare il latte, a brunire gli orsi polari e i cigni, a tingere i gigli. Dovremmo infine insozzare la coscienza, renderla più nera della pece, più buia del fondo di un pozzo in una notte senza luna. Guai poi ad impallidire, ad avere un animo candido, ad incanutire (cosa che capita pure alle persone scure di carnagione).

Sì, il bianco discrimina perché, guarda un po’, non è nero, unico colore cromaticamente corretto e pure salutista perché sfina. D’altronde, si sa che il nero va su tutto e questo anche dal punto sociale, politico ed etico. Infatti le critiche delle persone di colore non bianco sono sempre ben accette perché - è proprio il caso di dirlo - il loro tono si abbina sempre al sentito comune. Eppure questa supposta supremazia bianca, che è imbrattata dal rosso del sangue del nostro passato razzista e del nostro presente non inclusivo, non ci convince. E non ci convince proprio sul piano cromatico. Il bianco assomma in sé tutti i colori. Caddero in errore gli lgbtisti quando scelsero per le loro battaglie l’arcobaleno, perché è solo il bianco a ricomprendere tutti i toni dello spettro elettromagnetico visibile. Quindi il bianco è il colore perfetto, completo, divino perché è pienezza della tavolozza del pittore, a lui non manca nessuna nuance, è il colore più inclusivo esistente. Oppure, se vogliamo lisciare il pelo della vulgata corrente per il verso giusto, il bianco è il colore più neutro, più pluralista che esista. È infatti acromatico. Sul foglio bianco puoi scrivere tutto quello che vuoi. È quasi diafano il bianco, è il colore che più si avvicina alla trasparenza, alla tanta desiderata immaterialità di chi non vuole riconoscersi in nessuna identità. È il colore più liquido che c’è.

Se il bianco è la totalità dei colori, di contro il nero - e non vorremmo così dicendo gettare nello sconforto i ricercatori norvegesi - è assenza di colori, è il vuoto cromatico, il niente visivo, l’abisso che inghiotte ogni tinta, il buco appunto nero che è il sepolcro della luce. Ed è per questo che il bianco è il colore che si associa alla gioia, alla purezza, al candore. E il nero invece al lutto, allo sconforto, alle tenebre. Naturalmente - e lo diciamo a beneficio dei rabdomanti delle eresie contemporanee - stiamo parlando solo dei colori e non dei colori della pelle.

Chiudiamo con una nota, che non poteva che essere una nota di colore: la ricerca è stata finanziata con 12 milioni di corone norvegesi, pari a 1,2 milioni di dollari: un-o vir-go-la du-e mi-li-o-ni di dollari. Vorrà perdonarci la prof.ssa Halland, ma non possiamo fare a meno di sbiancare in volto.

 

 

Lunedì 23 gennaio 2023

Satana è finito

 

Nel brano del Vangelo che ci propone oggi la liturgia Gesù dice: “Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa”. Gesù usa questa brevissima parabola per contrastare i suoi accusatori, i quali dicevano che scacciava i demoni per mezzo del capo dei demoni, mentre invece operava con la potenza di Dio. Siamo alle solite: l’uomo (in generale, in questo caso gli scribi) non si fida di Dio con tutte le conseguenze negative del caso. Ma in questo modo Gesù dimostra di essere Lui il più forte che “lega il forte - non dimentichiamo che il demonio è vigoroso, molto più dell’uomo -, e Gesù lo sconfiggerà definitivamente sulla croce. Il diavolo credeva di aver vinto il Signore che per amore nostro si era lasciato abbattere dalla morte. Egli però non conosceva il mistero della Risurrezione, cioè la vittoria di Gesù sulla morte, e in questo modo il diavolo, questo insidioso e perfido nemico di Dio e dell’uomo, è stato sconfitto inesorabilmente e per sempre. Anche se continua ancora a tormentare gli uomini, ma sono gli ultimi colpi di coda di un disperato che tenta di far più danni possibili, perché sa di essere fallito.

 

Pertanto considerando la grande vittoria di Gesù non possiamo che ripetere con il Salmo responsoriale: “Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo”. Buona giornata.

 

Curiosando sui Blog

Ho trovato interessante questo articolo che propongo alla vostra attenzione e merita di essere letto.

 

L’articolo 15, questo sconosciuto. Apologia della #libertà (che noi non sopportiamo e Dio invece ama).

Di Leonardo Lugaresi, dal suo Blog: Vanitas ludus omnis

Una volta, quando esisteva la Repubblica Italiana, si credeva che vigesse una Costituzione fondata sul principio che «la libertà personale è inviolabile» (art. 13, comma 1). Una conseguenza diretta ed essenziale di tale principio è quella dichiarata all’articolo 15 comma 1 della stessa Carta: «La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili». Poiché anche i costituenti avevano notizia del peccato originale e del fatto che, di conseguenza, il mondo in cui viviamo non è perfetto come l’aveva pensato Dio, essi si premurarono di scrivere nello stesso articolo un secondo comma così composto: «La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge». Il tenore di questo dettato costituzionale è chiaro, a chiunque sappia leggere: spiare le persone è male, ma talvolta – quando non se ne può fare a meno – “per atto motivato dell’autorità giudiziaria”, cioè portando delle ragioni convincenti, lo si può fare, ma sempre e solo “con le garanzie stabilite dalla legge”.

Nel regime in cui siamo adesso, che non saprei come definire e come denominare, quella chiarezza è andata completamente perduta, non solo nelle menti degli attori del dibattito politico ma, temo, soprattutto in quella del popolo (se ancora esiste). Non si spiega altrimenti la stortura dell’attuale discussione sulle intercettazioni, che prescinde totalmente dalla preliminare e imprescindibile affermazione condivisa che esse sono un male. Qualunque intercettazione, di per sé, è un male perché lede il fondamentale diritto a non essere spiati, che a sua volta è un presidio indispensabile della libertà personale. Una delle discriminanti tra la condizione del cittadino in uno stato democratico e liberale e quella del suddito di un regime totalitario è la garanzia di non essere spiato. Pensando alla nostra attuale situazione, ognuno si domandi a quale gradino della scala che porta dall’uno all’altro sistema noi ci troviamo.

Una volta stabilito che sono un male – ma bisognerebbe dirlo pensandoci bene e credendoci sul serio – si può senz’altro convenire che in certi casi le intercettazioni siano un male necessario a prevenire danni maggiori e che dunque in certi casi si debbano consentire, nelle forme e con le garanzie previste dalla costituzione repubblicana. Ma il dibattito, impostato così, avrebbe uno svolgimento assai diverso da quello che stiamo vedendo. Non sono un lettore di giornali né un appassionato di spettacoli televisivi di intrattenimento politico, quindi è probabile che mi sbagli, ma a mia conoscenza l’unico che abbia fatto un’osservazione che va in questo senso è stato Mattia Feltri, il quale sulla Stampa (!) qualche giorno fa ha avuto l’onestà di porre questa domanda: «Se si trovasse il modo di intercettare ognuno di noi, fino all’ultimo, per ventiquattro ore su ventiquattro, magari con il supporto dell’intelligenza artificiale, la questione sarebbe chiusa: diventeremmo una società perfettamente onesta, e i pochi imprudenti andrebbero a far compagnia a Messina Denaro in un quarto d’ora. Avremmo perduto la libertà, ma avremmo guadagnato la sicurezza. Ed è questa la vera grande domanda: abbiamo costruito le società liberali e democratiche per garantire il massimo della libertà a ogni individuo o le abbiamo costruite per garantirgli il massimo della sicurezza? Le abbiamo costruite per la libertà sapendo che la libertà è un rischio o le abbiamo costruite per non correre rischi? Perché se pensiamo di averle costruite per blindarci dentro un fortino inespugnabile, vuol dire che abbiamo dimenticato le ragioni dei nostri valori fondanti, ma almeno dobbiamo dircelo».

Facendo una politica del terrore e agitando il feticcio della sicurezza (di non ammalarsi, in quel caso), i nostri governanti hanno minato altri principi costituzionali come il diritto al lavoro (art. 4), il diritto alla libertà di movimento (art. 16), il diritto a non essere obbligati a subire un trattamento sanitario «se non per disposizione di legge» (art. 32). Per carità, sul menu questi piatti ci sono ancora, ma sono di quelli che si possono ordinare solo per concessione del cuoco, quando non vi siano “emergenze” che li rendono improponibili. E le “emergenze”, come ormai dovremmo aver capito tutti, ci sono sempre. Quanto poi al diritto sancito dall’art. 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», beh è ormai passata, nella convinzione comune, l’idea che tale libertà valga solo per le “opinioni accettabili”, le “idee perbene” (cioè quelle che non hanno alcun bisogno di tutela perché sono così conformi alla corrente che galleggiano da sole). Per sicurezza (di nuovo questa ossessione securitaria), le idee brutte, quelle cattive, è meglio criminalizzarle. Adesso poi che siamo in guerra …

 

La verità è che della libertà non frega più niente a nessuno, o quasi. C’è un nesso profondo, a mio modo di vedere, tra questa tragica perdita di stima per la libertà e l’abbandono della fede nell’Occidente che un tempo fu cristiano. Il Dio del cristianesimo, infatti, è il supremo amante della libertà dell’uomo, l’unico che, su questo punto, è davvero inflessibile: l’ha data a tutte le creature razionali, la rispetta rigorosamente – direi quasi che la venera, se di Dio si potesse mai dire una cosa simile – e non ci ascolta mai quando lo imploriamo di riprendersela (come facciamo continuamente).

COSTITUZIONE PASTORALE
SULLA CHIESA NEL
MONDO MODERNO 
GAUDIUM ET SPES PROMULGATA DA SUA SANTITÀ PAOLO VI IL 7 DICEMBRE 1965.

Nonostante i suoi 57 anni mantiene il suo valore perché è parte integrante dell’alto magistero della Chiesa, ed è moderna anche nella formulazione, nelle considerazioni e nei consigli che offre.

Mi pare utile per comprendere l’importanza del matrimonio e della famiglia riproporre questo documento, che è molto più ampio e tratta anche di tanti altri argomenti. Questo che ho postato vale la pena di essere letto e meditato approfonditamente.  

FAVORIRE LA NOBILITÀ DEL MATRIMONIO E DELLA FAMIGLIA

47. Il benessere della singola persona e della società umana e cristiana è intimamente legato alla sana condizione di quella comunità prodotta dal matrimonio e dalla famiglia. Perciò i cristiani e tutti gli uomini che tengono in grande stima questa comunità si rallegrano sinceramente dei vari modi in cui oggi gli uomini trovano aiuto per alimentare questa comunità di amore e perfezionarne la vita, e per mezzo dei quali i genitori sono aiutati nella loro alta vocazione. Coloro che si rallegrano di tali aiuti cercano ulteriori benefici da essi e si adoperano per realizzarli.

Tuttavia l'eccellenza di questa istituzione non si riflette ovunque con uguale brillantezza, poiché la poligamia, la piaga del divorzio, il cosiddetto amore libero e altre deturpazioni hanno un effetto oscurante. Inoltre, l'amore coniugale è troppo spesso profanato dall'eccessivo amor proprio, dal culto del piacere e da pratiche illecite contro la generazione umana. Inoltre gravi turbamenti sono causati nelle famiglie dalle moderne condizioni economiche, dagli influssi insieme sociali e psicologici e dalle esigenze della società civile. Infine, in alcune parti del mondo i problemi derivanti dalla crescita demografica destano preoccupazione.

Tutte queste situazioni hanno prodotto ansia nelle coscienze. Tuttavia, la forza e la forza dell'istituto del matrimonio e della famiglia si rivelano anche nel fatto che, nonostante le difficoltà prodotte, i profondi mutamenti della società moderna rivelano ripetutamente, in un modo o nell'altro, il vero carattere di questo istituto.

Pertanto, presentando più chiaramente alcuni punti fondamentali della dottrina della Chiesa, questo sacro sinodo vuole offrire guida e sostegno a quei cristiani e agli altri uomini che cercano di conservare la santità e di promuovere la dignità naturale dello stato matrimoniale e il suo superlativo valore.

48. L'intima unione della vita coniugale e dell'amore è stata stabilita dal Creatore e qualificata dalle sue leggi, ed è radicata nell'alleanza coniugale del consenso personale irrevocabile. Quindi, da quell'atto umano con cui i coniugi si donano e si accettano reciprocamente, nasce un rapporto che per volontà divina e anche agli occhi della società è duraturo. Per il bene degli sposi e della loro prole, nonché della società, l'esistenza del vincolo sacro non dipende più solo dalle decisioni umane. Infatti, Dio stesso è l'autore del matrimonio, dotato com'è di vari benefici e scopi. (1) Tutti questi hanno un'incidenza molto decisiva sulla continuazione del genere umano, sullo sviluppo personale e sul destino eterno dei singoli membri di una famiglia, e sulla dignità, stabilità, la pace e la prosperità della famiglia stessa e della società umana nel suo insieme. Per loro stessa natura, l'istituzione stessa del matrimonio e dell'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e all'educazione dei figli, e trovano in essi il loro ultimo coronamento. Così un uomo e una donna, che nel loro patto di amore coniugale «non sono più due, ma una sola carne» (Mt 19, ss), si prestano mutuo aiuto e servizio mediante un'intima unione delle loro persone e dei loro Azioni. Attraverso questa unione essi sperimentano il significato della loro unità e vi giungono con crescente perfezione giorno dopo giorno. In quanto dono reciproco di due persone, questa intima unione e il bene dei figli impongono agli sposi una fedeltà totale e propugnano tra loro un'unità inscindibile. (2) lo stesso istituto matrimoniale e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e all'educazione dei figli, e trovano in essi il loro ultimo coronamento. Così un uomo e una donna, che nel loro patto di amore coniugale «non sono più due, ma una sola carne» (Mt 19, ss), si prestano mutuo aiuto e servizio mediante un'intima unione delle loro persone e dei loro Azioni. Attraverso questa unione essi sperimentano il significato della loro unità e vi giungono con crescente perfezione giorno dopo giorno. In quanto dono reciproco di due persone, questa intima unione e il bene dei figli impongono agli sposi una fedeltà totale e propugnano tra loro un'unità inscindibile. (2) lo stesso istituto matrimoniale e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e all'educazione dei figli, e trovano in essi il loro ultimo coronamento. Così un uomo e una donna, che nel loro patto di amore coniugale «non sono più due, ma una sola carne» (Mt 19, ss), si prestano mutuo aiuto e servizio mediante un'intima unione delle loro persone e dei loro Azioni. Attraverso questa unione essi sperimentano il significato della loro unità e vi giungono con crescente perfezione giorno dopo giorno. In quanto dono reciproco di due persone, questa intima unione e il bene dei figli impongono agli sposi una fedeltà totale e propugnano tra loro un'unità inscindibile. (2)

Cristo Signore ha abbondantemente benedetto questo multiforme amore, sgorgando dalla fonte dell'amore divino e strutturandosi sul modello della sua unione con la sua Chiesa. Infatti, come Dio un tempo si faceva presente (3) al suo popolo mediante un patto di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo (4) della Chiesa entra nella vita dei cristiani sposati mediante il sacramento del matrimonio. Rimane poi con loro perché, come Egli ha amato la Chiesa e ha consegnato sé stesso per lei, (6) gli sposi si amino reciprocamente con fedeltà perpetua attraverso il mutuo dono di sé.

L'autentico amore coniugale è accolto nell'amore divino ed è governato e arricchito dalla forza redentrice di Cristo e dall'azione salvifica della Chiesa, affinché questo amore conduca potentemente gli sposi a Dio e li aiuti e li fortifichi nel sublime ufficio dell'essere un padre o una madre.(6) Per questo gli sposi cristiani hanno uno speciale sacramento mediante il quale vengono fortificati e ricevono una sorta di consacrazione nei doveri e nella dignità del loro stato.(7) In forza di questo sacramento, come sposi adempiono loro obbligo coniugale e familiare, sono penetrati dallo spirito di Cristo, che pervade tutta la loro vita di fede, speranza e carità. Così promuovono sempre più la perfezione della propria personalità, così come la loro reciproca santificazione, e quindi contribuiscono congiuntamente alla gloria di Dio.

Di conseguenza, guidati dai genitori con l'esempio e la preghiera familiare, i figli e tutti coloro che sono riuniti attorno al focolare familiare troveranno un cammino più facile verso la maturità umana, la salvezza e la santità. Dotati della dignità e dell'ufficio della paternità e della maternità, i genitori assolvono energicamente un dovere che spetta loro in primo luogo, cioè l'educazione e specialmente l'educazione religiosa.

Come membri vivi della famiglia, i figli contribuiscono a loro modo a santificare i genitori. Perché risponderanno alla gentilezza dei loro genitori con sentimenti di gratitudine, con amore e fiducia. Saranno al loro fianco come dovrebbero fare i bambini quando le difficoltà sopraffanno i loro genitori e la vecchiaia porta la sua solitudine. La vedovanza, accettata coraggiosamente come continuazione della vocazione matrimoniale, sia da tutti stimata. (8) Anche le famiglie condivideranno generosamente con le altre famiglie le loro ricchezze spirituali. Così la famiglia cristiana, che scaturisce dal matrimonio come riflesso dell'alleanza d'amore che unisce Cristo alla Chiesa, (9) e come partecipazione a tale alleanza, manifesterà a tutti gli uomini la presenza viva di Cristo nel mondo e l'autentica natura della Chiesa. Questo farà la famiglia per mutuo amore degli sposi,

49. La biblica Parola di Dio esorta più volte i fidanzati e gli sposi a nutrire e sviluppare il loro matrimonio con il puro amore coniugale e con l'affetto indiviso. stesso in vari modi a seconda delle degne usanze di vari popoli e tempi.

Questo amore è eminentemente umano poiché è diretto da una persona all'altra attraverso un'affezione della volontà; essa comporta il bene di tutta la persona, e quindi può arricchire di una dignità unica le espressioni del corpo e della mente, nobilitando queste espressioni come speciali ingredienti e segni dell'amicizia propria del matrimonio. Questo amore Dio ha giudicato degno di doni speciali, guaritori, perfezionanti ed esaltanti doni di grazia e di carità. Tale amore, fondendo l'umano con il divino, conduce gli sposi al dono gratuito e vicendevole di sé, dono che si dona con l'affetto soave e con i fatti, tale amore pervade tutta la loro vita:(11) anzi con la sua operosa generosità cresce meglio e diventa più grande. Quindi supera di gran lunga la mera inclinazione erotica, che, perseguita egoisticamente, ben presto svanisce miseramente.

Questo amore si esprime e si perfeziona in modo unico attraverso l'appropriata impresa del matrimonio. Le azioni all'interno del matrimonio con cui la coppia è unita intimamente e castamente sono nobili e degne. Espresse in modo veramente umano, queste azioni promuovono quel mutuo dono di sé, mediante il quale i coniugi si arricchiscono vicendevolmente di volontà gioiosa e pronta. Sigillato dalla fedeltà reciproca e santificato soprattutto dal sacramento di Cristo, questo amore rimane saldo nel corpo e nella mente, nei giorni luminosi o nelle tenebre. Non sarà mai profanata dall'adulterio o dal divorzio. Saldamente stabilita dal Signore, l'unità del matrimonio si irradierà dall'eguale dignità personale della moglie e del marito, dignità riconosciuta dall'amore vicendevole e totale. Il costante adempimento dei doveri di questa vocazione cristiana esige una virtù notevole. Per questa ragione,

L'autentico amore coniugale sarà più apprezzato e si creerà sana opinione pubblica al riguardo se i coniugi cristiani daranno una testimonianza eccezionale di fedeltà e concordia nel loro amore, e anche della loro sollecitudine per l'educazione dei figli, se faranno la loro parte per realizzare il necessario rinnovamento culturale, psicologico e sociale a favore del matrimonio e della famiglia. Specialmente in seno alle proprie famiglie, i giovani dovrebbero essere opportunamente e opportunamente istruiti nella dignità, nel dovere e nell'opera dell'amore coniugale. Addestrati così alla coltivazione della castità, potranno in età adeguata contrarre matrimonio proprio dopo un onorevole corteggiamento.

50. Il matrimonio e l'amore coniugale sono per loro natura ordinati alla generazione e all'educazione dei figli. I figli sono davvero il dono supremo del matrimonio e contribuiscono in modo molto sostanziale al benessere dei loro genitori. Il Dio stesso che ha detto: "non è bene che l'uomo sia solo" (Gen. 2,18) e "che ha fatto l'uomo fin dal principio maschio e femmina" (Mt 19,4), desiderando condividere con l'uomo una certa partecipazione speciale alla sua stessa opera creatrice, benedetto maschio e femmina, dicendo: "Crescete e moltiplicatevi" (Gen. 1:28). Perciò, pur non facendo di minor conto gli altri scopi del matrimonio, la vera pratica dell'amore coniugale, e tutto il significato della vita familiare che ne deriva, hanno questo scopo: che i coniugi siano pronti con cuore saldo a cooperare con l’amore del Creatore e del Salvatore.

I genitori considerino come propria missione il compito di trasmettere la vita umana e di educare coloro ai quali è stata trasmessa. Dovrebbero rendersi conto che in tal modo sono collaboratori dell'amore di Dio creatore e sono, per così dire, gli interpreti di quell'amore. Assolveranno così il loro compito con responsabilità umana e cristiana e, con docile rispetto verso Dio, prenderanno decisioni con comune consiglio e sforzo. Che prendano in considerazione con attenzione sia il proprio benessere che quello dei propri figli, quelli già nati e quelli che il futuro potrebbe portare. Per questo resoconto hanno bisogno di fare i conti con le condizioni sia materiali che spirituali dei tempi, nonché del loro stato di vita. Infine, consultino gli interessi del gruppo familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. I genitori stessi e nessun altro dovrebbero alla fine esprimere questo giudizio agli occhi di Dio. Ma nel loro modo di agire, i coniugi siano consapevoli di non poter procedere arbitrariamente, ma devono sempre essere governati secondo una coscienza doverosamente conforme alla stessa legge divina, e devono essere sottomessi al magistero della Chiesa, che interpreta autenticamente tale legge in la luce del Vangelo. Quella legge divina rivela e protegge il senso integrale dell'amore coniugale, e lo spinge verso un compimento veramente umano. Così, confidando nella divina Provvidenza e affinando lo spirito di sacrificio, (12) i cristiani sposati glorificano il Creatore e tendono al compimento in Cristo, quando con generoso senso di responsabilità umana e cristiana assolvono al dovere di procreare.

Certamente il matrimonio non è istituito solo per la procreazione; anzi, la sua stessa natura di patto indissolubile tra le persone, e il benessere dei figli, esigono entrambi che l'amore vicendevole dei coniugi si incarni in modo rettamente ordinato, cresca e maturi. Il matrimonio, dunque, persiste come forma e comunione di vita integrali, e conserva il suo valore e la sua indissolubilità, anche quando, nonostante il desiderio spesso intenso della coppia, manca la prole.

51. Questo Concilio si rende conto che alcune condizioni moderne spesso impediscono ai coniugi di organizzare armoniosamente la loro vita coniugale e che essi si trovano in circostanze in cui, almeno temporaneamente, non è opportuno aumentare il numero delle loro famiglie. Di conseguenza, l'esercizio fedele dell'amore e la piena intimità della loro vita sono difficili da mantenere. Ma dove l'intimità della vita coniugale è interrotta, la sua fedeltà può talvolta essere messa in pericolo e la sua qualità di fecondità può essere rovinata, perché allora l'educazione dei figli e il coraggio di accoglierne di nuovi sono entrambi in pericolo.

A questi problemi c'è chi presume di offrire soluzioni davvero disonorevoli; non indietreggiano neppure davanti alla morte. Ma la Chiesa ricorda che non può esistere una vera contraddizione tra le leggi divine relative alla trasmissione della vita e quelle relative all'autentico amore coniugale.

Perché Dio, Signore della vita, ha conferito agli uomini il ministero supremo di custodire la vita in modo degno dell'uomo. Pertanto, fin dal momento del suo concepimento, la vita deve essere custodita con la massima cura mentre l'aborto e l'infanticidio sono delitti indicibili. Le caratteristiche sessuali dell'uomo e la facoltà umana di riproduzione superano meravigliosamente le disposizioni delle forme di vita inferiori. Perciò gli stessi atti che sono propri dell'amore coniugale e che sono esercitati secondo l'autentica dignità umana devono essere onorati con grande rispetto. Pertanto, quando si tratta di armonizzare l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, l'aspetto morale di qualsiasi procedura non dipende unicamente da intenzioni sincere o da una valutazione dei motivi, ma deve essere determinato da criteri oggettivi. Queste, a partire dalla natura della persona umana e dei suoi atti, custodiscano il pieno senso della mutua donazione e della procreazione umana nel contesto del vero amore. Tale scopo non può essere raggiunto se non si pratica sinceramente la virtù della castità coniugale. Basandosi su questi principi, i figli della Chiesa non possono intraprendere metodi di controllo delle nascite ritenuti riprovevoli dal magistero della Chiesa nel suo dispiegamento della legge divina. (14)

Tutti dovrebbero essere persuasi che la vita umana e il compito di trasmetterla non sono realtà legate solo a questo mondo. Quindi non possono essere misurati o percepiti solo in termini di esso, ma hanno sempre attinenza con il destino eterno degli uomini.

52. La famiglia è una sorta di scuola di umanità più profonda. Ma per realizzare la piena fioritura della sua vita e della sua missione, ha bisogno della benevola comunione degli animi e della comune deliberazione dei coniugi, come pure della diligente collaborazione dei genitori nell'educazione dei figli. La presenza attiva del padre è di grande beneficio per la loro formazione. I bambini, soprattutto i più piccoli, hanno bisogno delle cure della madre a casa. Questo suo ruolo domestico deve essere preservato in sicurezza, sebbene il legittimo progresso sociale delle donne non debba essere sottovalutato per questo motivo.

I bambini siano educati in modo che da adulti possano seguire la loro vocazione, anche religiosa, con un maturo senso di responsabilità e possano scegliere il loro stato di vita; se si sposano, possono così stabilire la loro famiglia in condizioni morali, sociali ed economiche favorevoli. I genitori o tutori dovrebbero, con prudente consiglio, fornire una guida ai loro giovani riguardo alla fondazione di una famiglia, e i giovani dovrebbero ascoltare volentieri. Allo stesso tempo, nessuna pressione, diretta o indiretta, dovrebbe essere esercitata sui giovani per farli sposare o scegliere un partner specifico.

Così la famiglia, nella quale le diverse generazioni si riuniscono e si aiutano reciprocamente a diventare più sagge e ad armonizzare i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è il fondamento della società. Tutti coloro, quindi, che esercitano un'influenza sulle comunità e sui gruppi sociali dovrebbero lavorare efficacemente per il benessere del matrimonio e della famiglia. L'autorità pubblica dovrebbe considerare come sacro dovere riconoscere, proteggere e promuovere la loro natura autentica, proteggere la moralità pubblica e favorire la prosperità della vita familiare. Va salvaguardato il diritto dei genitori di generare ed educare i propri figli in seno alla famiglia. Anche i fanciulli, che purtroppo mancano della benedizione di una famiglia, siano protetti da una legislazione prudente e da vari impegni e assistiti dall'aiuto di cui hanno bisogno.

I cristiani, redimendo il tempo presente (13) e distinguendo le realtà eterne dalle loro mutevoli espressioni, promuovano attivamente i valori del matrimonio e della famiglia, sia con l'esempio della propria vita, sia con la collaborazione di altri uomini di buona volontà. Così, quando sorgono difficoltà, i cristiani provvedono, a favore della vita familiare, a quelle necessità e aiuti che sono opportunamente moderni. A tal fine molto contribuiranno gli istinti cristiani dei fedeli, la retta coscienza morale degli uomini, la sapienza e l'esperienza delle persone versate nelle scienze sacre.

Anche coloro che sono esperti in altre scienze, in particolare mediche, biologiche, sociali e psicologiche, possono migliorare notevolmente il benessere del matrimonio e della famiglia insieme alla pace della coscienza se, unendo i loro sforzi, si adoperano per spiegare più a fondo le varie condizioni che favoriscono una corretta regolamentazione delle nascite.

Spetta a sacerdoti debitamente formati in materia familiare curare la vocazione dei coniugi con vari mezzi pastorali, con la predicazione della parola di Dio, con il culto liturgico e con altri aiuti spirituali alla vita coniugale e familiare; sostenerli con simpatia e pazienza nelle difficoltà, e renderli coraggiosi mediante l'amore, perché si formino famiglie veramente illustri.

Varie organizzazioni, specialmente le associazioni familiari, cerchino, con i loro programmi di istruzione e di azione, di rafforzare i giovani e gli stessi coniugi, in particolare quelli da poco sposati, e di formarli alla vita familiare, sociale e apostolica.

 

Infine, gli stessi sposi, fatti ad immagine del Dio vivente e godendo dell'autentica dignità di persone, siano uniti gli uni agli altri (16) in uguale affetto, concordia d'animo e opera di reciproca santificazione. Così, seguendo Cristo, che è il principio della vita, (17) mediante i sacrifici e le gioie della loro vocazione e mediante il loro amore fedele, gli sposi possono diventare testimoni del mistero di amore che il Signore ha rivelato al mondo con la sua morte e la sua risorgendo di nuovo alla vita. (18)

Domenica 22 gennaio 2023

Nella Galilea delle genti

Terza Domenica del Tempo Ordinario. Il profeta Isaia parla del popolo immerso nelle tenebre e nell’ombra di morte che vide una grande luce. E quella luce inaspettata che squarciando la densa oscurità procurando grande gioia a tutti. Il profeta infatti dice: “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia”. Poi come se volesse quantificare la grandezza di questa felicità aggiunge: “Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda”. Noi non riusciamo più a comprendere cosa significhi gioire quando si miete. Bisognerebbe tornare a cinquanta o sessant’anni fa, quando i lavori agricoli, come la mietitura, venivano fatti a mano. Nei campi risuonavano canti di gioia dei mietitori per il raccolto; solitamente erano canti imparati in chiesa durante le funzioni religiose, e così esprimevano anche la gratitudine a Dio per il buon raccolto. Ma torniamo alla luce. Il profeta allude probabilmente alla condizione di esilio del popolo di Dio, prigioniero a Babilonia e alla sua imminente liberazione: la luce allora significa  che sta per finire il tempo della segregazione. Ma a, ben guardare, forse allude anche il disagio interiore causato dal male e dal peccato, la tenebra dell’anima, dove il profeta parla di ombra di morte che avvolge tutto come una coltre pesante. La luce in quella situazione tenebrosa e desolante appare come la salvezza perché permette di vedere dove indirizzare i propri passi.

Anche l’evangelista Matteo parla della luce divina che soccorre il  popolo di Dio. Egli ripropone il testo di Isaia, dicendoci che quell’antico vaticinio si è compiuto quando Gesù da Nazaret si è trasferito a Cafarnao, ed è Lui con la predicazione del Regno la luce venuta nel mondo (non a caso la liturgia di Natale, nella Messa della notte, ci ha fatto leggere proprio questo teso di Isaia come prima lettura). Quando cioè “seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e Neftali”. Non dobbiamo dimenticare che è proprio Matteo a mettere in bocca a Gesù queste parole: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt. 1524). E quali potevano essere le pecore perdute, se non quelle che vivevano ai margini del paese a contatto con il mondo pagano ostile, in quella “Galilea delle genti?” Ecco ancora una volta delinearsi una attenzione di Gesù verso i più lontani del suo popolo; forse anche una timida apertura verso quel mondo a cui in seguito manderà i suoi apostoli dopo la sua risurrezione. È significativo che i primi passi del ministero pubblico di Gesù, le sue prime parole, siano per la popolazione che viveva ai margini, in una situazione difficile, quale era quella di frontiera. Isaia parla anche della “Via del mare” che sarà resa gloriosa in futuro. Da quella via del mare che collegava il medio oriente al nostro occidente è arrivato il Vangelo anche a noi, la luce della Buona Novella quando varcò i confini d’Israele.

 

Ma oggi Gesù c’invita alla conversione perché il Regno è vicino. È vicino nella sua persona, perché con Lui Dio è diventato accessibile. Vogliamo raccogliere anche noi il suo invito. Convertirsi vuol dire cambiare radicalmente il nostro modo di pensare; vuol dire aprire gli occhi e vedere che Dio è all’opera adesso nella mia vita e nel mondo. E Dio donarci la gioia di essere salvati. Nella Messa festiva, incontrandoci con Gesù, scopriamo di essere la grande famiglia dei figli di Dio, fatta di fratelli e sorelle che condividono la stessa fede cattolica. San Paolo nella seconda lettura ci esorta a vivere uniti all’interno della comunità dei santi (tali siamo diventati col battesimo), e pertanto impegniamoci a superare tutte le divisioni, le fazioni e i settarismi che non fanno mai bene e disgregano la comunità; cerchiamo invece di vivere in pace con tutti e volerci bene come ci ha insegnato Gesù, Lui che è la luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo. Buona Domenica

 

Sabato 21 gennaio 2023

Memoria di Sant’Agnese, vergine e martire del IV secolo

  

Il nome Agnese deriva dal greco “agne”, che vuol dire casta, ed è simile ad agnus, cioè agnello. Nella storia della santità, moltissime sono state le “Agnese”, cioè le agnelle di Cristo, candide, miti e pure. Quella di oggi è la prima degna dell’Agnello divino, qualcuno sostiene che il suo supplizio sia avvenuto tra il 249 e il 251 durante la persecuzione di Decio, ma è più probabile che sia stata martirizzata a Roma ai tempi di Diocleziano verso il 304 circa. Secondo le testimonianze non era che una bambina dodicenne. Commenta Sant’Ambrogio: “In un corpo così piccolo c’era posto dove ferire? … Le fanciulle della sua età non riescono a sostenere lo sguardo irritato dei genitori; la puntura di un ago le fa piangere; Agnese offre tutto il suo corpo alla puntura della spada, che il soldato brandisce con furore contro di lei”. Agnese divenne così il simbolo del pudore e della purezza. Il suo nome fu ripetuto in tutti i sermoni sulla verginità; tutti gli inni esaltarono il candore del suo vello incontaminato. La leggenda poi ha dato libero sfogo alla fantasia immaginando un infelice insidiatore della sua pudicizia, nel figlio smanioso del prefetto di Roma. Agnese l’avrebbe respinto e lui per rivalsa l’avrebbe denunciata come cristiana. Il prefetto impose poi alla bambina di sacrificare alla dea Vesta, oppure entrare tra le meretrici della città. Ma la piccola intrepida Agnese ebbe più timore dell’idolatria che non della prostituzione e accettò la condanna, convinta profondamente che l’Agnello divino l’avrebbe protetta e salvata dalle grinfie del crudele prefetto. Condotta nel turpe luogo, nessuno osò insidiare la sua verginità. Un uomo cercò di avvicinarla ma cadde morto prima di poterla sfiorare e altrettanto miracolosamente risorse per intercessione della santa. Gettata poi nel fuoco, questo si spense per le sue preghiere. Fatta comparire nuovamente davanti al prefetto, questa volta fu accusata di tenebrosa magia e condannata al martirio. Non si sa con precisione come si sia avvenuto il suo martirio, se con la decapitazione o attraverso il fuoco: le fonti su questo punto sono discordi. Nell’inno in onore di Agnes Beata Virginis, che si ritiene composto da Sant’Ambrogio, il poeta immagina la fanciulla sgozzata, proprio come una vera agnella, mite e immacolata. E dell’Agnello divino, la martire bambina, bianca e vermiglia, è restata la sposa più tenera e commovente. (liberamente tratto da Piero Bargelli, Mille santi al giorno)

 

Il Pallio

 

Il Pallio

 

Il Pallio, la sciarpa di lana bianca con le croci nere che indica il legame speciale tra il Papa e la Diocesi Metropolita, è un paramento liturgico con una storia antichissima. Le immagini più antiche del pallio sono nei mosaici di Ravenna (vedi figura, il Vescovo Maximilianus), anche se la storia di questo indumento risale alla Roma imperiale. La lana veniva tessuta a Roma dalle monache di Santa Cecilia in Trastevere. Da più di 500 anni sono loro che si prendono cura degli agnelli che simbolicamente forniscono la lana per le vesti liturgiche di pontefici e arcivescovi e in particolare il pallio. La storia della Chiesa a Roma ci racconta che esattamente due agnellini erano la tassa che il monastero di Sant’Agnese sulla Nomentana pagava alla basilica di San Giovanni in Laterano dove risiedeva il papa. Una delle cerimonie più suggestive e storiche che si svolgeva nella memoria di Sant’Agnese vedeva una cesta decorata di fiori bianchi e rossi con dentro due agnellini candidi portati al papa, che recitava una preghiera, accarezzava gli agnelli e salutava la badessa del monastero di Santa Cecilia alla quale venivano affidati gli agnelli, nel cui monastero venivano poi confezionati i palli. Tradizione che papa Francesco ha ritenuto di sospendere, e ormai i palli vengono realizzati in modo più semplice. Ma il significato del pallio rimane. Il pallio lo indossano sulla casula, il papa e i vescovi che guidano le diocesi più grandi e antiche. Il 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, uno dei patroni di Roma, i palli vengono portati in Vaticano e restano davanti alla tomba di San Pietro fino alla Messa del 29 giugno. È allora che il papa li dona solennemente ai vescovi metropoliti, imponendoli sulle loro spalle, come segno di comunione con Pietro. (Articolo di Angela Ambrogetti per ACI stampa)

 

Venerdì 20 gennaio 2023

Gesù ne scelse dodici

Il brano del Vangelo odierno ci presenta Gesù che sceglie i dodici apostoli, anzi Marco dice che “fece i 12”, quasi a significare che li ha plasmati con le sue mani, come fa il vasaio con la creta; li fece perché stessero con Lui e anche per mandarli a predicare. Il primo impegno dei dodici è “restare” con Gesù. Scommise su di loro confidando che nell’amicizia con Lui avrebbero imparato ad amare Dio e a vivere secondo il suo esempio. Tra questi dodici uomini - il numero non è casuale: sono il germe del nuovo popolo di Dio -, vi fu anche Giuda, il traditore. Questi non tradì Gesù perché glielo chiese; né fu scelto perché tradisse. Gesù lo scelse perché gli voleva bene, come voleva bene a tutti gli altri, ma Giuda non riuscì mai a diventare vero amico di Gesù perché aveva il cuore indurito e preferì ascoltare il consigliere sbagliato, il demonio. E questo strano e perfido maestro continuò a sollecitare Giuda nel seguire Gesù perché sperava che Gesù prima o poi avrebbe eccitato alla rivolta contro i cattivi romani. Del resto erano in molti, anche fra i discepoli a sperare un tale esito dalla predicazione di Gesù. Ad esempio nel gruppo dei 12 c’era anche Simone soprannominato zelota, è probabile che prima d’incontrare Gesù e seguirlo fosse un fiancheggiatore o un simpatizzante dei rivoltosi che volevano far finire il dominio romano. Questo ci fa capire una cosa molto importante. Che se noi ci serviamo di Gesù per portare avanti i nostri progetti umani, non solo falliremo l’obbiettivo, ma alla fine rimpiangeremo pure il tempo perso dietro a cose non buone.

Gesù ci chiama a stare con Lui, a essere cioè dalla sua parte in quanto a scopo di vita: per questo ci ha mostrato zelo per le cose del “Padre suo”, l’ha obbedito in modo incondizionato e costante; e ha amato di un amore totale e senza compromessi Dio e gli uomini. Ma stare con il Signore vuol dire anche cercare la sua compagnia, avere cioè del tempo e delle energie da spendere per Lui, sapendo che i momenti passati a ad adorarlo non saranno mai sprecati. Tutt’altro! Nella Messa, che è un tesoro inesauribile, Gesù è presente per noi per offrirci la sua amicizia. Buona giornata.

 

 

Raggi dell'amore di Dio

Aiutami a diffondere dovunque il tuo profumo, o Gesù. Dovunque io vada. Inonda la mia anima del tuo Spirito e della tua vita. Diventa padrone del mio essere in modo così completo che tutta la mia vita sia un'irradiazione della tua. Perché ogni anima che avvicino possa sentire la tua presenza dentro di me. Perché guardandomi non veda me, ma Te in me. Resta in me. Così splenderò del tuo stesso splendore e potrò essere luce agli altri.

(Madre Teresa di Calcutta)

 

 

Giovedì 19 gennaio 2023

Cuius una stilla salvum facere

La lettera agli Ebrei che ci accompagna da diversi giorni in questo Tempo Ordinario, oggi si apre con questa affermazione: “Cristo può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore”. Gesù è vivo. È questa la “buona notizia” che la Chiesa annuncia da duemila anni al mondo; che se non fosse vera San Paolo dice che la nostra fede sarebbe vana e noi saremmo ancora invischiati nei nostri peccati, in attesa della perdizione eterna. Ma Cristo è vivo alla destra del Padre con la nostra fragile umanità che ha assunto nel grembo della Vergine Maria.

Ma la lettera agli Ebrei dice anche che Gesù presso il Padre non sta con le mani in mano a girarsi i pollici, ma intercede per noi, cioè presenta costantemente a Dio quel sangue che ha versato sulla croce per lavare i nostri peccati. Un canto Eucaristico molto bello, “Adoro te Devote” di San Tommaso d’Acquino, dice: “Pie pellicane, Jesu Domine, me immundum munda tuo sanguine, cuius una stilla salvum facere, totum mundum quit ab omni scelere”, “Oh pio Pellicano, Signore Gesù, purifica me, immondo, col tuo sangue, del quale una sola goccia può salvare il mondo intero da ogni peccato”. Di fronte a questo grande mistero, la nostra salvezza compiuta da Dio, non possiamo che ringraziare con i versetti conclusivi del Salmo responsoriale che dice: “Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: “Il Signore è grande!” quelli che amano la tua salvezza” (dal Sal.39).

Il brano del Vangelo ci parla di una numerosa folla al seguito di Gesù per i miracoli e le guarigioni che compie. E una notizia curiosa: “quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo”. E Gesù sembra non gradire troppo quello che fa la gente, perché potrebbe ingenerare equivoci e fanatismo. Preferisce invece essere lui a “toccare” con la sua mano risanatrice quanti gli si avvicinano con fede. Nella Messa avviene anche per noi questo contatto risanante di Gesù: una stilla del suo prezioso sangue che irrora la nostra anima rendendola candida e piena di gioia.

 

Buona giornata.

 

Curiosando sui Blog

 Un articolo interessante di Paolo Deotto, tratto dal “Il Nuovo Arengario”, dal titolo significativo: “Difendiamo il nostro diritto di essere schifati”, da condividere. 

 

L’ultima moda del politicamente corretto è cibarsi di insetti, larve, ragni e altre simili schifezze. Lo stomachevole messaggio viene trasmesso giorno per giorno, e già gode dell’impegno dei campioni della Voce del Padrone. Di recente Alessandro Cecchi Paone, elegante altoparlante di regime, sorridente con perpetua espressione di signorile superiorità, non a caso omosessuale, ipervaccinista, eccetera (insomma, perfettamente inquadrato), si è esibito in televisione mangiando un piatto di grilli e larve e accompagnando il pasto con le solite affermazioni apodittiche, caratteristiche degli intellettuali “organici”, sulla inevitabilità di questa scelta alimentare. Certo, se la cosa si riducesse alla stravaganza di qualche “vip” che vuole farsi notare, potremmo chiuderla lì con una risata e non pensarci più. Purtroppo, non è così. L’indottrinamento sugli insetti come “cibo del futuro” è costante e martellante, accompagnato, non a caso, da innumerevoli sabotaggi al Made in Italy alimentare, da sempre apprezzato e ricercato nel mondo. Le persone normali, cioè la stragrande maggioranza, hanno un ovvio e istintivo schifo alla sola idea di mangiare insetti. Ma purtroppo anche le persone normali finiscono per convincersi che una follia è una verità, quando questa follia viene ripetuta un infinito numero di volte e appoggiata da quella diabolica arma di indottrinamento di massa che è la televisione. Basta vedere come quasi tre anni di propaganda martellante sulla cosiddetta pandemia hanno mandato in tilt tanti cervelli. E come tante persone, anche se hanno conservato il cervello, non osano esprimersi per paura di essere messe alla gogna. Succederà così anche per una cosa schifosa come mangiare insetti? Speriamo di no, ma le premesse ci sono tutte. Non per niente la calamità denominata UE promuove questo nuovo e ripugnante orientamento alimentare. Perché ci si chiede, spingere su questa novità? Di sicuro c’è un aspetto davvero inquietante. Diabolico. Bisogna educarsi al brutto, al ripugnante, accettarlo come normalità. È un processo di degrado dell’uomo che non è di oggi. Già da tempo abbiamo imparato a digerire le parate dei cosiddetti “gay pride”. Ormai intrattenimenti popolari come la musica leggera ci forniscono immagini di cantanti e complessi che sembrano fare a gara a chi è più brutto, sgradevole e di sesso imprecisato. Le grandi città vengono lasciate allo sbando, con zone trasformate in bivacchi di sbandati di ogni tipo. La bellezza, l’armonia tutto ciò che è gradevole vedere e sentire deve uscire dalla nostra ottica ed essere sostituito da una realtà orrenda, senza più una identità se non quella della bruttezza angosciante. E anche il cibo può essere una cosa buona, bella, gustosa, che senza cadere nei peccati di gola, comunque porta un piacere più che lecito. E infatti adesso anche il cibo buono, genuino, l’espressione delle mille tradizioni alimentari che caratterizzano regioni e popoli, deve cedere il passo a uno schifo uniforme. Si apre un bel futuro di uomini tutti uguali, tutti ingrigiti dalla mancanza di bellezza nella vita, tutti rassegnati allo schifo quotidiano. La bellezza è un dono di Dio. E la bruttezza? La risposta è facile e allora si capirà meglio la radice dell’ultima follia, cibarsi di insetti. Dobbiamo con ogni mezzo difenderci da questa ennesima perversione. Stiamo attenti: non è la stravaganza di qualche suonato. La macchina della propaganda è già da tempo in marcia.

Mercoledì 18 gennaio 2023

“Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek”

La lettera agli Ebrei, nel tratto che ci offre oggi la Liturgia della Parola, dice riferendosi a Gesù Cristo: “ora sorge, a somiglianza di Melchisedek, un sacerdote differente, il quale non è divenuto tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile” (Eb. 7,15ss). E poco prima aveva affermato che Melchisedek era Re di Salem (antico nome di Gerusalemme) e sacerdote del Dio altissimo (El-Elljon) che, avendo benedetto Abramo di ritorno dalla battaglia nella quale aveva sconfitto i re alleati contro il popolo di Dio, ricevette da lui la decima del bottino conquistato. Melchisedek è il misterioso personaggio che come una meteora attraversa per un attimo l’Antico Testamento per poi scomparire e ripresentarsi nel Nuovo Testamento. Nell’Antico Testamento viene menzionato solo due volte, in Genesi 14, 18-20, e nel Salmo 110,4 che riferisce un oracolo nel quale associa in lui il sacerdozio e la regalità. Gli autori del Nuovo Testamento utilizzano le due allusioni veterotestamentarie con estrema libertà. La Chiesa vede pertanto in Melchisedek una figura di Gesù Cristo, unendo insieme sacerdozio e regalità. Cristo è sacerdote “alla maniera di Melchisedek”, in quanto unisce in sé, come Melchisedek, il sacerdozio e la regalità. Melchisedek è menzionato nella Genesi senza che si dica una sola parola sui suoi antenati; al contrario dei sacerdoti giudei, tanto orgogliosi della loro ascendenza aronitica. Cristo, estraneo alla dinastia sacerdotale di Aronne, è l’unico capace di esercitare il sacerdozio; è dunque sacerdote per chiamata divina e non per discendenza, e il suo sacerdozio ha una potenza straordinaria che non verrà mai meno, efficace oltre ogni umana attesa perché deriva direttamente da Dio: “Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedek”.

 

Nel brano del Vangelo odierno, Gesù nella sinagoga di Cafarnao guarisce un uomo dalla mano inaridita in giorno di sabato, e lo fa per mostrare come Lui sia in sintonia con Dio che opera sempre. Nella tradizione giudaica il sabato, pur rimanendo il giorno più santo della settimana, rischiava di diventare quasi insostenibile, tanto era stato sovraccaricato da imposizioni e divieti. Gesù smaschera l’ipocrisia dei farisei mettendo al centro di quell’assise l’uomo dalla mano inaridita e chiedendo ai presenti: “E’ lecito in giorno di sabato fare il bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?” Guarendo miracolosamente l’uomo Gesù dimostra che Lui è venuto per fare il bene e salvare la vita dell’uomo, pienamente in sintonia con Dio che opera sempre. Gesù pone “nel mezzo” quello sventurato, a significare che il suo interesse principale è proprio quello di ristabilire l’integrità dell’uomo, affinché con le sue mani tornate abili possa compiere il bene e vivere un corretto rapporto con Dio. E questa è anche la chiave di lettura che ci fornisce il canto del vangelo che dice: “Gesù annunciava il Vangelo del Regno e guariva ogni sorta di malattie e infermità nel popolo”.

Il vangelo termina con una desolante constatazione: “i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui (Gesù) per farlo morire”. Quello dei farisei è il tentativo di soffocare la Verità nella menzogna, eliminando Gesù, come purtroppo si tende a fare anche oggi.

 

Noi invece restando ben radicati nella Verità, cioè in Cristo, e aprendoci continuamente alla sua grazia, camminiamo sulla Via del bene che ci condurrà al Padre che è la Vita. Buona giornata.

 

 

Un articolo dal Blog di Aldo Maria Valli che potrebbe, in un futuro non troppo lontano, interessare anche la nostra cara Italia. Buona lettura e meditazione.

Abbandonate, abbattute, trasformate. Quel che dice il destino delle chiese in Germania

Non c’è immagine più chiara del declino dell’Europa del destino delle sue chiese in cui hanno pregato generazioni di europei. Migliaia di chiese, alcune delle quali hanno impiegato decenni per essere erette e sono diventate centri della vita civile e culturale europea per centinaia di anni, sono dismesse ogni anno. A seconda dei paesi, da un quarto alla metà di queste opere architettoniche, omaggi alla cultura dell’Europa, sono abbandonate, perché l’offerta supera rapidamente la domanda. Ma cosa accadrà alla psiche collettiva di una società quando le strade e le città non saranno più punteggiate dalle chiese, ma da moschee e supermercati? L’essere umano dimentica facilmente, specie la storia da cui proviene.

“Cosa fare delle chiese di Berlino?”, si domanda questa settimana il Tagesspiegel. Poi la Faz: “Il futuro dell’ex chiesa cattolica dell’Ascensione a Treviri è stato a lungo incerto. Ora al suo posto sono stati costruiti 17 appartamenti. I ricercatori dell’Università di Friburgo hanno predetto che il numero di cristiani in Germania si dimezzerà entro il 2060”. Se si sfoglia lo Spiegel, stessa prognosi, come leggendo Die Welt: “Per la prima volta solo la metà della popolazione tedesca appartiene a una chiesa e secondo la Bertelsmann Foundation, il 20 per cento considera il proprio ritiro ‘molto probabile’. 8 milioni di cristiani se ne andranno presto”. Sono numeri da capogiro: a Bonn, 270 chiese abbandonate, Mainz e Hildesheim vogliono dimezzare le loro chiese, Aquisgrana del 30 percento e l’arcidiocesi di Berlino di un quarto.

Negli stessi giorni moriva il primo Papa tedesco in 482 anni, Joseph Aloisius Ratzinger, e ce ne vuole di indifferente cinismo per non leggervi un segno dello studio che ha previsto che nei prossimi anni la metà delle chiese in Germania dovrà chiudere. Senza contare le 4.000 chiese inglesi chiuse in dieci anni, un terzo delle chiese di Bruxelles, le 1.000 chiese in Olanda, 10.000 chiese in Francia…

Fonte: Il Foglio

 

Dal Blog di Aldo Maria Valli

 

 

Una brevissima riflessione molto significativa di un sacerdote peruviano

 

Molti si avvicinano a Dio per due cause valide, ma insufficienti: l’interesse e la paura. L’interesse di andare in Cielo e la paura di finire all’inferno. Dobbiamo fare il passo successivo, aprirci a Dio per amore, per ciò che Lui è, la Fonte dell’Amore”. È un passo qualitativo non da poco.

 

 

Martedì 17 gennaio 2023

Memoria di Sant’Antonio abate, monaco del IV secolo

La memoria di Sant’Antonio a Gerusalemme si celebrava già nel V secolo. La tradizione copta, siriaca e bizantina indicava come giorno della sua morte il 17 gennaio. E in questa data nel XII secolo la sua festa fu introdotta anche a Roma. Da qui il fiorire della sua fama in tutto il mondo cristiano, divenendo uno dei santi più popolari del Medioevo. Nato a Coma in Egitto, sulle rive del medio Nilo, circa nel 250, fino a vent’anni condusse vita normale, sotto la tutela dei suoi genitori e in compagnia di una buona sorella. Rimasto orfano, sentì il richiamo alla perfezione cristiana nelle parole udite in chiesa: “Vendete tutto ciò che avete, date il ricavato ai poveri, e avrete un tesoro nei cieli” (Mt.19,21). Udendo quelle parole pensò che fossero dirette principalmente a lui, e uscito di chiesa diede in dono agli abitanti del suo paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia – possedeva infatti trecento campi fertili – perché non fossero motivo di affanno per sé e per la sorella. Vendette anche tutti gli altri beni mobili e distribuì ai poveri il denaro ricavato, riservandone solo una piccola parte per il sostentamento della sorella. Sentendo di nuovo il vangelo che esortava a “non angustiarsi per il domani” (Mt. 6,34), donò anche il rimanente denaro e affidò la sorella alle vergini consacrate, dedicandosi poi alla vita ascetica nei pressi della sua casa, a condurre cioè una vita dura senza nulla concedere a sé stesso. Lavorava con le proprie mani per il suo sostentamento e ciò che produceva in più lo vedeva donando il ricavato ai poveri. Sant’Atanasio, il grande Patriarca di Alessandria, scrisse la sua biografia, chiamandolo “il fondatore dell’ascetismo”, cioè della vita austera, di sacrificio e di penitenza. E l’esempio della sua vita attrasse migliaia di anime. Quando morì, tutto il deserto d’Egitto fioriva nella santità dei monaci solitari, isolati o in cellette o in caverne, che, dice Sant’Atanasio: “somigliavano a templi dove i cori celesti salmodiavano perpetuamente”. Antonio restò nel deserto più di ottant’anni, morendo vecchissimo, ultracentenario, nel 356. Nel suo ritiro volontario e nell’ascesi penitenziale cui si era dedicato, sperimentò grandi tentazioni del demonio. Le legioni di Satana sembravano tutte scatenate contro di lui, quale sentinella di Dio per il tempo in cui visse. Il nemico gli apparve sotto le più svariate sembianze, angeliche, umane e bestiali. Ma egli lo vinse sempre e respinse con fermezza i suoi subdoli attacchi. Pochi santi ebbero la popolarità di Sant’Antonio Abate, invocato per la salute del corpo, e specialmente contro quell’afflizione che da lui prende il nome di “fuoco di Sant’Antonio”. Nelle campagne divenne protettore degli animali domestici, e fu allora che venne raffigurato con ai suoi piedi un roseo porcellino, simbolo di salute e floridità, e che la sua immagine si moltiplicò in tutte le stalle, in atto di benedire tutti gli animali domestici (eccetto il gatto. Qui però usciamo dalla storia per entrare nella leggenda spicciola e popolare. La quale riferisce che un giorno mentre Sant’Antonio era intento alla meditazione teneva in grembo un gatto, e questi lo graffiò sul volto. Egli allora lo buttò a terra violentemente e lo cacciò in malo modo dal suo romitorio. Per questo si dice non sia stato raffigurato con gli altri animali da cortile. Ma è più probabile che la leggenda abbia deformato l’ennesima angheria del demonio, presentatosi a lui proprio sotto le sembianze di un gatto e il santo lo abbia scacciato brutalmente. Infatti non conviene mai fare le smancerie al diavolo! Questa storia me la raccontava una vecchia zia di mia mamma, morta a 105 anni, che a sua volta l’aveva sentita raccontare dai contastorie nelle lunghe serate invernali passate nelle stalle a “veglia”, a farsi compagnia e a scaldarsi un poco. E così fra una storia e l’altra si socializzava e si consolidavano i rapporti fra le persone). 

Qualsiasi tentazione possiamo affrontare, Sant'Antonio c'insegna che la fede, la preghiera, il digiuno e il segno della croce bastano a sconfiggere il Maligno. Il diavolo può sembrare potente, ma i santi provano che non lo è, e che non è una minaccia per chi ripone la propria fiducia in Dio.

 

La foto è di Willer Comellini

 

 

Lunedì 16 gennaio 2023

Nel vangelo oggi Gesù applica a sé il titolo di “Sposo”, che nell’Antico Testamento è accostato diverse volte a Dio. Ne fanno fede tre grandi profeti Isaia, Ezechiele e Osea. Isaia ad esempio dice: “Tuo sposo è il tuo creatore” (Is. 54,5) e ancora: ”la tua terra avrà uno sposo” (Is. 62,4). Così pure il profeta Osea che nei primi tre capitoli parla di Dio che ama fedelmente la sua sposa (il popolo d’Israele), ma che purtroppo deve fare i conti con la sua infedeltà e i ripetuti tradimenti, perché prostituendosi concede i suoi favori agli idoli (Os. 1-3).

Così nel vangelo abbiamo questa autorivelazione di Gesù, il quale incalzato dai discepoli di Giovanni che gli chiedono: “Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?” La domanda è insidiosa e potrebbe nascondere l’insinuazione che Gesù nel suo insegnamento ai propri discepoli, trascuri uno dei temi fondamentali della religione ebraica: il digiuno appunto. La pratica del digiuno, assieme alla preghiera e all’elemosina, sono alla base della vita spirituale del pio israelita. Infatti i maestri d’Israele chiamano tale triade “la giustizia dell’uomo" religioso. Nella risposta che Gesù dà ai suoi interlocutori non sconfessa questo insegnamento, ma l’avvalora ulteriormente, infatti: “Gesù disse loro: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro?”. A mio avviso però, l’affermazione più esplicita è nel versetto successivo dove dice: “Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora digiuneranno”. La traduzione del versetto non è delle più felici. Esattamente Gesù dice che lo sposo sarà “strappato” loro, alludendo alla sua morte violenta sulla croce. E la croce è proprio il “lacerare“ rabbioso della carne del Signore; ed è proprio in quell’estremo sacrificio che Gesù manifesterà tutta la sua fedeltà a Dio e all'uomo, mostrandosi veramente come lo "Sposo" fedele che ama immensamente la sua sposa fino ad annientarsi per lei.

 

Nel finale del Vangelo c’è un velato invito ad aprirci alle novità di Dio e a rinnovare il nostro modo di ragionare. Gesù lo fa con due esempi: “nessuno cuce un pezzo di stoffa grezzo su un vestito vecchio”. La dimostrazione è molto chiara: il nuovo, meglio: la novità rappresentata proprio da Gesù e del suo modo di presentare Dio mal si adatta ai pregiudizi e ai travisamenti della Parola di Dio; l’altro esempio, quello degli otri vecchi che non possono contenere il vino nuovo, che rischiano di spaccarsi, è un’esplicita esortazione ad essere accoglienti verso la freschezza del Vangelo, il quale ha la forza esuberante del vino novello, che rompere i vecchi schemi mentali per aprire orizzonti nuovi. 

 

Lasciamo anche noi che nella nostra vita irrompa Vangelo con la sua forza dirompente, seguiamo il consiglio di San Paolo a Timoteo: “Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza” (2Tm.1,7). Buona giornata

 

 

“Pasqua è la festa in cui Cristo asciuga le lacrime di ogni volto”

1955. Già da dieci anni il vescovo ucraino Josyf Slipyj era imprigionato nei lager sovietici, vittima della persecuzione stalinista contro la chiesa cattolica. Nonostante privazioni e umiliazioni di ogni specie, la fedeltà di Josyf Slipyj a Cristo e alla Chiesa Cattolica si dimostrò incrollabile. La sua testimonianza di fede e di carità fu di conforto per tanti compagni di prigionia. Trovò il modo anche di far pervenire all’esterno, in alcune occasioni, dei messaggi per i fedeli. Uno di questi messaggi ha per tema la Pasqua…

«Il pane della Pasqua sia per voi chiarissimo motivo di vittoria e trionfo sulla morte, sul peccato e su tutti i mali e fortifichi la vostra irremovibile fede nella invincibilità di Cristo, trionfatore di tutti i nemici …
Il tempo della Quaresima, se vissuto convenientemente, conduce alla certezza … introduce e prepara alla Pasqua di Risurrezione. Per questo cessate di piangere e di essere tristi, voi che siete afflitti e oppressi, raddrizzate le spalle ricurve, illuminate i vostri volti bui, siate pieni di gioia e felici, perché la Pasqua è la festa in cui Cristo asciuga le lacrime di ogni volto»

 

(Giovanni ChomaJosyf Slipyj p. 123)

Domenica 15 gennaio 2023

Il Vangelo di questa seconda domenica del Tempo Ordinario si apre con la testimonianza di Giovanni il Battista che “vedendo Gesù venire verso di lui, disse: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!” L’immagine dell’Agnello (di Dio) attraversa tutta la Sacra Scrittura: Antico e Nuovo Testamento, richiamando almeno tre significati complementari. Il primo significato l’Agnello è identificato con il “Servo di Dio”, la cui figura è tratteggiata nel IV Carme di Isaia. In questo Carme la figura del Servo viene descritto: “come un agnello condotto al macello, come una pecora muta di fronte ai suoi tosatori” (Is.53,7ss). Questo testo di Isaia ha una grande importanza per il Nuovo Testamento, che vede prefigurata la passione e morte di Gesù (At. 8,32-33; Gv. 1,29). È possibile che Gesù stesso abbia interpretato la propria morte alla luce di questo passo di Isaia. Gesù nella sua passione ha compiuto fino in fondo la volontà di Dio. Vale a dire che non è stato sopraffatto dagli eventi o da un destino avverso e crudele. Piuttosto tutto quello che gli è capitato si è svolto secondo un preordinato disegno di Dio e Gesù ha consapevolmente condiviso da sempre.

 

Il secondo significato, desunto anch’esso dalla Sacra Scrittura, è l’Agnello Pasquale. Quell’agnello che Mosé nel paese d’Egitto prescrisse che fosse ucciso la notte prima della liberazione, il cui sangue messo sugli stipiti delle case avrebbe risparmiato i primogeniti degli ebrei dalla vendetta dell’Angelo sterminatore. È la Pasqua ebraica, cioè il passaggio di Dio che libera il suo popolo dalla schiavitù egizia per condurlo nella terra promessa. Anche qui il riferimento al Signore è piuttosto evidente, ed è l’evangelista Giovanni a raccontarci di Gesù è morto sulla croce alle tre del pomeriggio del venerdì, il giorno precedente (parasceve) la pasqua ebraica. In quella stessa ora nel tempio di Gerusalemme venivano immolati gli agnelli che sarebbero serviti nel banchetto pasquale. A indicare, se ce ne fosse ancora bisogno, che il vero agnello liberatore del popolo di Dio era proprio Gesù, che versando il proprio sangue salva tutti dalla morte eterna.

 

Infine il terzo significato, questa volta nel Nuovo Testamento, nel libro dell’Apocalisse, si parla “di un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati sulla terra” (Ap. 5,6ss). L’Agnello è ancora Cristo che, con la sua morte, è stato costituito nella sua dignità regale (le sette corna) e si prende cura dell’annuncio missionario (i sette occhi). Nel cielo, cioè nel mondo di Dio, è l’unico in grado di spezzare i sigilli ed aprire del libro della vita, perché ogni persona possa essere giudicata secondo quanto segnato in quel libro, e condurre così il popolo di Dio alla salvezza definitiva ed eterna. Come vediamo è particolarmente ricca la testimonianza del Battista su Gesù.

 

Ma l’Agnello è evocato anche in diversi momenti della Messa, specie poco prima della comunione. Il sacerdote mostrando l’ostia consacrata all’assemblea che ha acclamato per tre volte Gesù "Agnello di Dio" dice: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”.

 

Veramente beati noi allora, che avendo conosciuto Gesù, lo amiamo con tutto il nostro cuore e possiamo nutrirci dell’Agnello divenuto “Pane disceso dal cielo”, per donarci la capacità e la forza di amare come ama Lui. Buona Domenica.    

 

 

Sabato 14 gennaio 2023

Oggi il Vangelo inizia così: “Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava a loro…”. Quell’ “uscì di nuovo” lo ascolteremo spesso nel Vangelo di Marco. Si ha l’impressione che Marco voglia presentarci un Gesù disponibile e desideroso di compiere una missione urgente, e che abbia poco tempo per realizzarla. E restiamo meravigliati ad esempio nel sapere che per più di trent’anni sia rimasto nascosto nella sua Nazareth, senza mai dare segnali particolari sulla sua persona divina e dell’urgenza della sua missione. E d’improvviso ecco che tutto comincia a prendere forma. Dicevo che Marco, più degli altri evangelisti, ha colto questa fretta presentandoci un Gesù immediato, attraverso un racconto che sembra in presa diretta, quasi una telecronaca ante litteram. E scopriamo ad esempio che Gesù nel suo peregrinare non è mai solo. Accanto a Lui ci sono sempre i discepoli, i quali osservano Gesù stupiti, a volte capiscono quello che Lui dice, più spesso non lo comprendono, e Lui, con immensa pazienza, in casa chiarisce i loro dubbi e le loro perplessità. Anche le folle lo seguono, diventando sempre più numerose. La ragione la conosciamo. La gente segue Gesù perché Lui ha parole di vita eterna e capaci di raggiungere il cuore .

Come diritto al cuore arrivò la proposta a “Levi, figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì”. La chiamata di Levi ebbe un seguito importante, perché è pur vero che Matteo (Levi) abbandonò subito il banco delle imposte, ma non prima d'essersi congedato dai suoi colleghi, per i quali organizzò un banchetto, dove Gesù fu l'ospite d'onore insieme ai suoi discepoli. Figurarsi se mancavano i benpensanti, cioè scribi e farisei, e questi se ne stessero buoni e zitti, infatti: “dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?” Gesù sentite le accuse disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.

 

Quest’ultima affermazione sembra la risposta a “quell’uscì di nuovo”. Infatti anche oggi il Signore Gesù esce di nuovo lungo il mare agitato che è la nostra esistenza terrena, e a ciascuno di noi dice: “Seguimi!”. Sta a noi alzarci subito e andargli dietro, come Levi, magari portando qualche amico in crisi d’identità perché, incontrandosi con Gesù, si riaccenda anche nel suo cuore la speranza. 

Oggi in Vaticano si terranno i funerali del Card. George Pell

Qualche anno fa tenne banco sui giornali di tutto il mondo la vicenda di questo grande uomo di fede che è stato il Cardinal George Pell, accusato ingiustamente di molestie sui minori e poi definitivamente prosciolto dall'infamante accusa da un tribunale australiano. Morto improvvisamente a Roma martedì sera 10 gennaio. Qualche giorno prima aveva scritto un articolo The Spectator, in cui denunciava i piani del Vaticano per il suo prossimo “Sinodo sulla sinodalità” come un “incubo tossico”. Mentre raccomandiamo la sua anima al Signore della vita perché lo accolga nel Paradiso, trascrivo il suo ultimo articolo dal Blog di Marco Tosatti.

 

Pell. Il Sinodo sulla Sinodalità è Diventato un Incubo Tossico. New Age, Incoerente.

 

Marco Tosatti

 

Poco prima di morire, martedì scorso, il cardinale George Pell ha scritto il seguente articolo per The Spectator, in cui denunciava i piani del Vaticano per il suo prossimo “Sinodo sulla sinodalità” come un “incubo tossico”. L’opuscolo prodotto dal Sinodo, che si terrà in due sessioni quest’anno e l’anno prossimo, è “uno dei documenti più incoerenti mai inviati da Roma”, afferma Pell. Non solo è “intessuto in un gergo neo-marxista”, ma è “ostile alla tradizione apostolica” e ignora i principi fondamentali del cristianesimo come la fede nel giudizio divino, il paradiso e l’inferno.

Il cardinale di origine australiana, che ha sopportato la terribile prova del carcere nel suo Paese d’origine per false accuse di abusi sessuali prima di essere assolto, non è stato altro che coraggioso. Non sapeva che stava per morire quando ha scritto questo pezzo; era pronto ad affrontare la furia di Papa Francesco e degli organizzatori quando sarebbe stato pubblicato. Invece, la sua morte improvvisa potrebbe aggiungere ulteriore forza alle sue parole quando il Sinodo si riunirà il prossimo ottobre.

Damian Thompson

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Il Sinodo dei vescovi cattolici è ora impegnato nella costruzione di quello che considera il “sogno di Dio” della sinodalità. Purtroppo questo sogno divino si è trasformato in un incubo tossico, nonostante le buone intenzioni professate dai vescovi.

Hanno prodotto un opuscolo di 45 pagine che presenta il resoconto delle discussioni della prima fase di “ascolto e discernimento”, tenutasi in molte parti del mondo, ed è uno dei documenti più incoerenti mai inviati da Roma.

Mentre ringraziamo Dio che il numero di cattolici in tutto il mondo, specialmente in Africa e in Asia, sta aumentando, il quadro è radicalmente diverso in America Latina, con perdite a favore dei protestanti e dei secolaristi.

Senza ironia, il documento si intitola “Allargate lo spazio della vostra tenda”, con l’obiettivo di accogliere non i nuovi battezzati – coloro che hanno risposto alla chiamata a pentirsi e a credere – ma chiunque sia interessato ad ascoltare. I partecipanti sono invitati ad essere accoglienti e radicalmente inclusivi: “Nessuno è escluso”.

Che cosa si deve pensare di questo pot-pourri, di questa effusione di buona volontà New Age?

Il documento non esorta nemmeno i partecipanti cattolici a fare discepoli tutti i popoli (Matteo 28:16-20), né tanto meno a predicare il Salvatore in tempo e fuori tempo (2 Timoteo 4:2).

Il primo compito di tutti, e in particolare degli insegnanti, è quello di ascoltare nello Spirito. Secondo questo recente aggiornamento della buona novella, la “sinodalità” come modo di essere della Chiesa non è da definire, ma solo da vivere. Essa ruota attorno a cinque tensioni creative, che partono dall’inclusione radicale e si dirigono verso la missione in uno stile partecipativo, praticando la “corresponsabilità con altri credenti e persone di buona volontà”. Vengono riconosciute le difficoltà, come la guerra, il genocidio e il divario tra clero e laici, ma tutto può essere sostenuto, dicono i Vescovi, da una vivace spiritualità.

 

L’immagine della Chiesa come una tenda in espansione con il Signore al centro viene da Isaia, e il punto è sottolineare che questa tenda in espansione è un luogo dove le persone sono ascoltate e non giudicate, non escluse.

Leggiamo quindi che il popolo di Dio ha bisogno di nuove strategie: non litigi e scontri, ma dialogo, dove si rifiuta la distinzione tra credenti e non credenti. Il popolo di Dio deve ascoltare, insiste l’opuscolo, il grido dei poveri e della terra.

A causa delle differenze di opinione sull’aborto, la contraccezione, l’ordinazione delle donne al sacerdozio e l’attività omosessuale, alcuni hanno ritenuto che non si possano stabilire o proporre posizioni definitive su questi temi. Questo vale anche per la poligamia e per il divorzio e il nuovo matrimonio.

Tuttavia, il documento è chiaro sul problema particolare della posizione inferiore delle donne e sui pericoli del clericalismo, anche se viene riconosciuto il contributo positivo di molti sacerdoti.

Che cosa si deve fare di questo pot-pourri, di questa effusione di buona volontà New Age? Non è una sintesi della fede cattolica o dell’insegnamento del Nuovo Testamento. È incompleto, ostile in modi significativi alla tradizione apostolica e non riconosce da nessuna parte il Nuovo Testamento come Parola di Dio, normativa per tutti gli insegnamenti sulla fede e sulla morale. L’Antico Testamento è ignorato, il patriarcato è rifiutato e la Legge mosaica, compresi i Dieci Comandamenti, non è riconosciuta.

Inizialmente si possono fare due considerazioni. I due sinodi finali che si terranno a Roma nel 2023 e nel ’24 dovranno chiarire il loro insegnamento sulle questioni morali, poiché il Relatore (capo redattore e responsabile) cardinale Jean-Claude Hollerich ha pubblicamente rifiutato gli insegnamenti fondamentali della Chiesa sulla sessualità, con la motivazione che essi contraddicono la scienza moderna. In tempi normali questo avrebbe significato che la sua permanenza come Relatore era inopportuna, anzi impossibile.

I sinodi devono scegliere se essere servitori e difensori della tradizione apostolica in materia di fede e morale, o se il loro discernimento li costringe ad affermare la loro sovranità sull’insegnamento cattolico. Devono decidere se gli insegnamenti fondamentali su cose come il sacerdozio e la morale possono essere parcheggiati in un limbo pluralista in cui alcuni scelgono di ridefinire i peccati al ribasso e la maggior parte accetta di differire rispettosamente.

“Allargare la tenda” è consapevole delle carenze dei vescovi.
Al di fuori del Sinodo, la disciplina si sta allentando – soprattutto nel Nord Europa, dove alcuni vescovi non sono stati rimproverati, anche dopo aver affermato il diritto di un vescovo a dissentire; un pluralismo de facto esiste già più ampiamente in alcune parrocchie e ordini religiosi su cose come la benedizione dell’attività omosessuale.

I vescovi diocesani sono i successori degli apostoli, il maestro principale in ogni diocesi e il fulcro dell’unità locale per il loro popolo e dell’unità universale intorno al Papa, il successore di Pietro. Fin dai tempi di Sant’Ireneo di Lione, il vescovo è anche il garante della continua fedeltà all’insegnamento di Cristo, la tradizione apostolica. Sono governatori e talvolta giudici, oltre che insegnanti e celebratori di sacramenti, e non sono solo fiori da parete o timbri di gomma.

Il documento “Allargare la tenda” è consapevole dei difetti dei vescovi, che a volte non ascoltano, hanno tendenze autocratiche e possono essere clericalisti e individualisti. Ci sono segni di speranza, di leadership efficace e di cooperazione, ma il documento sostiene che i modelli piramidali di autorità dovrebbero essere distrutti e che l’unica autorità genuina viene dall’amore e dal servizio. La dignità battesimale deve essere enfatizzata, non l’ordinazione ministeriale e gli stili di governo devono essere meno gerarchici e più circolari e partecipativi.

 

I principali attori di tutti i sinodi (e concili) cattolici e di tutti i sinodi ortodossi sono stati i vescovi. In modo dolce e cooperativo questo dovrebbe essere affermato e messo in pratica nei sinodi continentali, in modo che le iniziative pastorali rimangano nei limiti della sana dottrina. I vescovi non sono lì semplicemente per convalidare il giusto processo e offrire un “nihil obstat” a ciò che hanno osservato.

Venerdì 13 gennaio 2023

Il brano del Vangelo odierno ci presenta un miracolo molto particolare. Non che gli altri non lo siano. Ma questo ha un qualcosa di speciale che rivela l’identità di Gesù. Esaminiamo i fatti. C’informa l’evangelista Marco che Gesù ritorna a Cafarnao, nella sua nuova residenza. E subito si raduna attorno alla sua casa tanta di quella gente che non c’era più posto nemmeno fuori dall’edificio. A quella casa però sono diretti anche cinque amici, uno dei quali paralizzato e steso su una barella. Chiunque vedendo quella ressa si sarebbe scoraggiato, e sarebbe tronato indietro. Non i cinque amici. Il problema comunque rimane insormontabile: tutte quelle persone in fila avevano motivi validi per essere lì; e non si poteva certo pensare di farsi largo fra gli astanti: nessuno avrebbe ceduto la propria postazione. Come fare allora perché il paralitico arrivi davanti a Gesù? Dicevo che questi amici non si scoraggiano, ma salgono sul tetto della casa e lo scoperchiano proprio sul punto esatto dove si trovava Gesù, calandogli davanti il loro prezioso carico. E qui avviene il particolare del miracolo. Ma lasciamo la parola all’evangelista: “Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono perdonati i tuoi peccati”. Possiamo immaginare lo sconcerto del malato, dei suoi amici che di colpo vedono svanire tutti i loro sforzi. Rimangono sorpresi anche i presenti, fra i quali c’erano anche degli scribi che subito protestano: “Costui bestemmia! Solo Dio può perdonare i peccati”. E hanno ragione!

Ecco appunto! Gesù qui agisce come Dio, che intimamente conosce i giudizi dei presenti e rivela la disonestà dei loro giudizi temerari. E compie finalmente il miracolo, intimando al paralitico di alzarsi, di prendere il proprio giaciglio e ritornare a casa sua. Doppio stupore: quello del perdono dei peccati e la guarigione dell’infermo.

Ora si potrebbero fare mille considerazioni. Mi limito soltanto a una sottolineatura: qual è la priorità per Gesù? Che cosa conta veramente per Lui? Dal brano del vangelo, come del resto anche dal nostro modo di pensare, appare chiaramente che il bene primario per tutti sia la salute fisica. Mi viene in mente un detto popolare: “Basta la salute e un par di scarpe nuove… e si può girare il mondo”. Per Gesù non è così. La priorità per Lui è la SALVEZZA totale della persona. Quella salvezza che realizzerà con il suo sacrificio della croce. E il suo perdono, nell’economia sacramentale patrimonio della Chiesa, arriva a noi attraverso il Battesimo e la Confessione.

Allora quello che deve contare veramente nella nostra vita è prima di tutto l'essere in “Grazia di Dio”, soltanto dopo viene la salute fisica… e se ci sono anche un par di scarpe nuove…si può arrivare in Paradiso. 

Un articolo interessante che vale la pena leggere

 Tratto dal Blog di Sabino Paciolla

Il Mignolo con il Prof

Klaus Schwab

di Brunella Rosano

Quando i nostri figli erano piccoli, alla tivù dei ragazzi (che ringraziando il buon Dio era limitata a poche ore del pomeriggio) c’era questa serie di cartoni animati che si intitolava appunto “Il Mignolo con il Prof”. Probabilmente si può ancora trovare in internet. Era la storia di questi due topini, modificati in seguito ad un esperimento. Uno era diventato intelligente ed ingegnoso, mentre l’altro era rimasto un po’ tontolone.

Che cosa si prefiggevano i due topi? “Nientepopodimeno” che la conquista del mondo.

Le frasi finali di ogni puntata erano appunto:

  • Ei Prof, che cosa facciamo stasera?
  • Quello che facciamo tutte le sere: tentare di conquistare il mondo!

Ecco, ho parlato di questa serie perché ogni volta che leggo articoli sui signori Soros e Schwab e dei loro tentativi (purtroppo molte volte con successo) di cambiare il mondo come lo vogliono loro e la banda dei loro amichetti, mi vengono in mente il Mignolo e il Prof. Lascio decidere a loro la scelta dei ruoli.

Mi ha fatto impressione il fatto che all’ultimo G 7, ovvero l’incontro dei “grandi” della Terra, il signor Schwab sia stato accolto con tutti gli onori! Perché mi ha sorpreso? Perché all’epoca in cui sono nata un vecchietto che si fosse messo a sproloquiare di sovrappopolazione e di necessità (avete letto bene, NECESSITA’) di riduzione della popolazione di miliardi di persone, primo: sarebbe stato ascoltato con una certa benevolenza per rispetto alla veneranda età, secondo: sarebbe stato portato in un manicomio (a quel tempo esistevano ancora) per una raddrizzatina. Invece ora no: tutti sti parrucconi, capi di governo, ministri, personaggi di un certo livello, tutti lì ad inchinarsi, a trattarlo con sussiego, manco fosse un’entità divina dotato di virtù profetiche!!!

E’ questa mancanza di buon senso da parte di tanta gente “importante” a lasciarmi sgomenta! I personaggi “particolari”, diciamo pure originali, che pensavano e dicevano cose strane ci sono sempre stati. Ogni paese che si rispetti ha il suo tipo originale, a volte decisamente “svalvolato”. Ma come tale viene riconosciuto e tollerato dal resto della popolazione, a meno che non trascenda nei toni e nei gesti ed allora viene ricoverato per un periodo di tempo in qualche reparto ospedaliero, “tranquillizzato” e rimandato a casa.

Adesso la situazione è stata completamente stravolta: più dicono cose assurde, più salgono in cattedra tra ossequi e salamelecchi! Gli assertori della necessità di ridurre la popolazione mondiale, i cosiddetti “neo-malthusiani”, vorrebbero eliminarne il 60/70%. L’ex ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica dell’Italia, il signor Roberto Cingolani, ha dichiarato più volte che la Terra (con la T maiuscola, nuova divinità laica), è stata progettata per sopportare al massimo tre miliardi di persone. Chi glielo avrà detto? Come avrà fatto a sapere che proprio solo tre miliardi la Terra poteva sopportare? Io capisco che chi vive in una zona a densità popolosa elevata, dove ci si pesta i piedi l’un con l’altro, possa credere ad una simile baggianata! Ma basta uscire dai confini delle metropoli e si scopre che spazio ce n’è in abbondanza, che le risorse non mancano, sono tutt’al più mal distribuite nel mondo, che l’uomo è così intelligente che riesce comunque a fronteggiare e risolvere problemi di spazi e di risorse! Ma se sono proprio convinti che è necessario uno sfoltimento, ebbene, diano il buon esempio, saranno più credibili! Se no ritorniamo alla celebre frase del signor Ricucci, ormai impronunciabile perché politicamente scorretta ovvero: “Fare i fr..i con il c..o degli altri”.

Inoltre, questi paladini del NOM, cioè Nuovo Ordine Mondiale, si presentano sempre con le vesti di “filantropi”. Il signor Google definisce il termine, di origine greca, in questo modo: “chi svolge o sostiene una attività benefica (per lo più di notevoli proporzioni) alla luce di un umanitarismo vagamente religioso o filosofico”. Non è specificato verso chi si svolge tale attività benefica. Io ho l’impressione che i nuovi filantropi svolgano attività benefica nei loro confronti non tanto verso gli altri. Un tempo i filantropi distribuivano le loro ricchezze a favore dei meno abbienti. Attualmente mi pare il contrario: che aumentino i loro patrimoni personali e vengano distribuiti agli altri i mezzi, gli strumenti per realizzare i loro scopi.

Il signor Soros si vanta spesso di aver finanziato e provocato colpi di stato, cambi di regime negli Stati, ecc. Cioè ha seminato dolore e morte. E ne va fiero! E questa sua attività lo rende ammirevole?

Mi rendo conto che chi soffre di una sindrome, in questo caso sindrome di onnipotenza, eliminato il Creatore, voglia assumerne le vesti: è una tentazione indomabile! Ne so qualcosa visto che soffro della sindrome di Santa Caterina, come ho confessato. Forse però sarebbe meglio che questi signori che ambiscono a governare il mondo limitassero le loro pretese: il principe di questo mondo avrà promesso loro successo e potere, ma il Re dell’Universo è un altro, ed ha già salvato il mondo! Se ne facciano una ragione loro e tutti quelli che vanno in processione a rendere loro omaggio in cambio della benevolenza. Mi riferisco a tutti quei “grandi della terra” che fra pochi giorni si recheranno a Davos per decidere le sorti del mondo. Signori, state calmi, tutt’al più siete stati eletti per governare i Paesi per il bene dei cittadini che vi hanno eletti. Se proprio volete fare bene il vostro lavoro, ad esempio per quello che riguarda il clima, ascoltate gli scienziati veri, quelli che hanno studiato la materia e ne sanno sicuramente più di tanti parolai seguaci di Greta. Scoprirete magari che il clima è sempre cambiato e sempre cambierà, ma non per colpa dell’uomo. Se la storia ci fa sapere che ai tempi dei romani in Inghilterra si coltivavano le viti e si produceva il vino ed ora non più, forse la “colpa” non è tanto della mia macchina a diesel, ma dell’attività del sole, o dell’inclinazione dell’asse terrestre che a furia di esperimenti nucleari si è posizionato diversamente…

È una baggianata? Possibile. Ma anche dare la colpa del cambiamento climatico alla mia macchinina che inquina mentre voi viaggiate in lungo e in largo con i vostri jet personali è una baggianata! Perché ve la prendete con le nostre macchine, i nostri impianti di riscaldamento, addirittura con i caminetti che bruciano semplicemente legna come è stato fatto per secoli, e non dite niente alla Cina che è la principale produttrice di Co2? Il signor Xi Jinping fa paura, eh?

Non ci resta che pregare! Pregare che ritorni un po’ di buon senso, un po’ di senso del ridicolo, che aiuta a guardare le cose con una certa oggettività! Il mondo è troppo bello per permettere a qualsiasi Mignolo, a qualsiasi Prof di rovinarlo! Diamo loro e ai loro farneticanti discorsi il peso che meritano! La globalizzazione è una ideologia, e come tutte le ideologie presto o tardi terminerà, come ci ha ricordato l’amato Benedetto XVI nel suo testamento spirituale. Speriamo non lasci troppe macerie dietro di sé!

Per non dimenticare Benedetto XVI  Una testimonianza personale - di p. Louis-Marie de Blignières, FSVF

Per quasi mezzo secolo, Papa Benedetto XVI ha offerto alla Chiesa, come sua risposta al relativismo, all'egoismo e alla disperazione, un'epifania cristiana di verità, unità e gioia.

 

Collaboratore della verità

 

Ciò che più colpisce della vita di Benedetto XVI è come abbia sempre cercato di aprire la via della verità, alle persone che vivono nella nostra difficile epoca moderna. Ha capito le sfide. Era pienamente consapevole di come la portata metafisica dell'intelligenza umana fosse stata trascurata. Percepì anche il declino della teologia della creazione, una branca della teologia che vede la natura e il corpo umano come un 'messaggio' inviato dalla sapienza di Dio.

 

Queste sono state le considerazioni che lo hanno guidato nella sua esposizione delle dottrine della fede, dalle sue lezioni sulla catechesi, tenute a Lione e Parigi nel 1983, fino al Catechismo della Chiesa Cattolica nel 1992, e al Compendio, nel 2005. Questo spiega anche perché abbia tanto insistito sull'armonia tra fede e ragione, prima di tutto in Veritatis Splendor e Fides et Ratio, a cui ha collaborato con Papa Giovanni Paolo II nel 1992 e nel 2005, poi nei suoi colloqui a Ratisbona e al Collège des Bernadins a Parigi, nel 2006 e nel 2008, senza dimenticare la meravigliosa conferenza che tenne alla Sorbona nel 1999 sul cristianesimo come religio vera.

 

Viviamo in un'epoca di esitazioni e dubbi, un'epoca in cui l'Europa sta annegando nel nichilismo. A questa epoca e a questa Europa ha parlato della perdurante attualità del diritto naturale, del rispetto dell'uomo e del creato, della necessità di “rendere visibile la fede, come quella che il mondo attende, ora che sia l'esperimento liberale che l'esperimento marxista è fallito.

 

Ricordo il giorno in cui gli dissi che era grazie all'amore per la verità che riempiva i suoi libri che avevo potuto recuperare la comunione gerarchica; mi sembrava che ne fosse toccato. Grazie, Papa Benedetto XVI, per aver incarnato l'amore della verità in modo così attraente, sia per me che per tanti altri. 

 

Artigiano dell'unità

 

Benedetto XVI è stato consapevole per tutta la sua vita che l'unità è insieme un frutto e in un certo senso una prova della verità. Era ugualmente preoccupato della continuità del magistero della Chiesa, poiché questo è il mezzo attraverso il quale la verità è tenuta al sicuro. Per questo, dopo le ottimistiche attese di rinnovamento al tempo del Concilio Vaticano II, si è ben presto allontanato da chi voleva fare del Concilio un 'superdogma', e servirsene per operare una rivoluzione e una pulizia pulita rompere con il passato. Questo spiega perché ha contribuito a fondare la rivista Communio, in risposta a Concilium.

 

Questa preoccupazione per l'autentica unità è stata la luce da cui è stato guidato. Spiega, in primo luogo, la sua opposizione come teologo, e poi come arcivescovo di Monaco, al los von Rom ('la via, o allontanamento, da Roma'). Spiega anche perché ha respinto, come rottura senza precedenti, la proibizione degli antichi riti liturgici: Benedetto XVI era ben consapevole che è l'unità cattolica nel tempo a garantire l'unità nella fede. Poi spiega i suoi tentativi di superare le false concezioni sulla natura del popolo di Dio, sui rapporti con le altre religioni e sull'ecumenismo — soprattutto nell'anno 2000, con la Dichiarazione Dominus Iesus. C'era poi il suo desiderio, espresso il 22 dicembre 2005, di interpretare il Vaticano II secondo una 'ermeneutica della riforma nella continuità'. Di nuovo, possiamo pensare alla sua lotta contro il crollo della cristologia. Lesse le Scritture secondo l'analogia della fede, e comprese così che esse non parlano di Gesù come di una figura meramente storica, ma soprattutto come 'Figlio', nel pieno senso metafisico della parola. E infine, al posto di una concezione 'burocratica' della comunione ecclesiale, Benedetto XVI ha recuperato sia un senso autentico della vera dignità del Corpo mistico, sia una pietà filiale verso la Chiesa e la sua storia.

 

Ricordo il giorno del luglio 1988 quando, in compagnia di coloro che avrebbero fondato la Fraternità San Pietro, gli chiesi se nella Chiesa c'era posto per sacerdoti che non avrebbero mai detto il nuovo rito della Messa e che non avrebbero mai provocato uno scisma. Rispose: «La mano che la Chiesa ha teso a Mons. Lefebvre è ancora lì per coloro che vogliono prenderla». Grazie, Papa Benedetto, per essere stato per me, e per tanti altri, artefice dell'unità nella verità. 

 

Servo della nostra gioia

 

Un tema spesso presente nelle parole di Benedetto XVI è stato quello della vita eterna. Ha reagito contro la riduzione dell'escatologia ad una speranza utopica, 'orizzontale', di un mondo migliore, di una pace terrena vista come sommo bene. Tale utopia è diventata purtroppo oggi «il vero oggetto della speranza e il principale criterio etico», come ha notato in un discorso del 2 maggio 1989. Ha deplorato il fatto che «la fede nella vita eterna non compare quasi più nella predicazione”, e lo vedeva come suscettibile di provocare “una radicale riduzione del contenuto della nostra fede”.

 

Tutto il suo ministero è stato come un canto di speranza per la vita eterna. Sì, ha affrontato le sfide culturali e politiche contemporanee, ma lo ha fatto da “servitore della nostra gioia”, per citare la definizione del ministero petrino che ha dato nella sua Messa di Intronizzazione. La nostra gioia più profonda si trova nel regno di Dio; nella carità reciproca tra i cristiani; e nelle beatitudini del discorso della montagna, che sono già l'inizio della vita eterna...

 

Ma Benedetto XVI ha portato una sua nota particolare al servizio della gioia cristiana, cioè la bellezza: la bellezza della liturgia, dell'arte cristiana, e della stessa vita cristiana. Con un coraggioso impegno per la giustizia, ha ripristinato i diritti della secolare forma del messale romano, in parte perché «deve essere onorato per il suo uso venerando e antico», ma anche per la bellezza di questo rito, così intriso di sacralità e favorevole all'adorazione. “Avevo dimenticato quanto le preghiere di questo messale inducano all'adorazione”, disse una volta, dopo aver celebrato questa messa all'interno di una comunità Ecclesia Dei.  

 

Parlando a Barcellona nel 2010, ha detto: “La bellezza è una rivelazione di Dio, perché un'opera bella è totalmente gratuita, come Lui è. Ci chiama alla libertà e ci libera dall'egocentrismo. Ha mostrato il suo amore per la bellezza della vita cristiana nel modo in cui ha lottato contro tutto ciò che macchia la Chiesa.  

 

Ha avuto un coraggio raro, quello di dire sempre la verità sul male e sul brutto, dal famoso Rapporto Ratzinger del 1985 ai provvedimenti che ha preso contro gli scandali morali nella Chiesa, senza dimenticare la sua predicazione alla Via Crucis nella Settimana Santa del 2005. Cosa gli ha dato questo coraggio? La sua profonda consapevolezza della bellezza dell'amore; la sua tangibile umiltà; la sua gioia spirituale.

 

Sapeva che il male non è mai finalmente vittorioso. Non si può fare a meno di applicare a Benedetto XVI alcune parole di Pascal su Cristo e i santi: «I santi hanno il loro proprio impero, la loro propria gloria e vittoria, la loro propria fama. Non hanno bisogno di grandezza carnale o spirituale [nel senso di intellettuale]. Sono visti da Dio e dagli angeli, non studiati da occhi o menti curiosi. A loro basta Dio […] Sarebbe stato inutile che nostro Signore Gesù Cristo fosse venuto come re per manifestare il suo regno santo. Ciò che ha mostrato nella sua venuta è stato uno splendore che gli è proprio».

 

Qual era allora lo “splendore” proprio di Benedetto XVI? Era lo splendore della verità nell'umiltà. Era come un agnello di Dio, che toccava i cuori delle persone, per una grandezza d'animo unita alla delicatezza dell'amore. “La verità è sprovvista di potere, soprattutto quando è nobile. […] Quanto più nobile è una verità, tanto più facilmente ciò che è grossolano può metterla da parte o accumulare disprezzo su di essa; ed è costretto a dipendere dalla cavalleria dello spirito”.

 

 

Grazie, Papa Benedetto XVI, per essere stato per me e per tanti altri “amante della bellezza spirituale”, e servitore della nostra gioia.

12 gennaio 2023

Se fossimo tutti un po’ più contemplativi …

La contemplazione è un bene primario universale, disponibile e necessario per tutti, non da specialisti o gente del mestiere. È contemplativo lo sguardo di stupore e di meraviglia del bambino che gioca con le cose e con la vita. È contemplativo lo sguardo di chi fissa negli occhi la persona che ama senza parlare. È contemplativo lo sguardo gioioso e sereno di un anziano che ha imparato a conoscere la misura e il senso dei suoi giorni. È contemplativo lo sguardo di luce di chi soffre sapendo che non è vano il suo soffrire. Si potrebbe dire che la contemplazione è uno sguardo posato sull’essenziale. Uno sguardo che cerca l’essenziale, la realtà intima e profonda di ogni cosa. Che cerca il bene, la verità, la bellezza nascosti in ogni cosa. Uno sguardo che domanda, che s’interroga, che desidera, che attende, che insegue un significato in tutto ciò che esiste. Uno sguardo che non si ferma all’apparenza, ma varca la soglia del visibile sui sentieri dell’invisibile. Uno sguardo che, in tutto questo, lo sappia o no, cerca un solo Volto: quello noto o appena intravisto o ancora sconosciuto di Dio. Perché così ci ha fatti Dio. Desiderosi di Lui. Perennemente in cerca di Lui. Inquieti finché non riposiamo in Lui. Perché in noi Dio ha lasciato un’impronta della sua presenza.

 

(Patrizia Girolami – osservatoreromano.va)

La compassione

 

Nella prima lettura della Messa odierna la lettera agli Ebrei oggi ci ammonisce così: “Badate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente. Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura quest’oggi…”. E all’inizio aveva detto: “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori…”. Queste raccomandazioni suonano per noi come un campanello d’allarme, e c’invitano a non abbassare la guardia, ma ad allenare il nostro udito interiore per percepire la voce di Dio, che ci raggiunge in tanti modi. Principalmente nella rivelazione, cioè mediante la Parola, Antico e Nuovo Testamento. Ma Dio parla anche al nostro cuore direttamente, con ispirazioni, mozioni interiori, pensieri buoni, ecc.; parla ancora attraverso i fratelli e coloro che con i loro consigli ci indirizzano sulla via bene. Parla attraverso coloro che ci vogliono veramente bene. È proprio questo il senso della citazione che ho riportato: “Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi”. Noi a volte siamo riluttanti a parlare delle nostre cose spirituali con altri; di come siamo usciti magari da situazioni pericolose grazie alle “grazie” del Signore. Non che dobbiamo sbandierare a tutti quello che ci capita nell’intimo, anche per non scadere nella presunzione di sentirci superiori agli altri. Ma non dovremmo aver remore ad aprirci un po’ di più verso persone fidate. Così come siamo solleciti nel soccorrere chiunque si trovi nel bisogno, tanto che immediatamente cuore a mani si mettono in azione, così dovrebbe essere anche per l’ambito spirituale. È auspicabile che si riescano a creare una sorta di “gruppi di lavoro” fra persone leali per crescere insieme nella fede, che si aiutano vicendevolmente a conoscere meglio “le vie del Signore” e a praticarle, perché non ci si salva da soli! Il Vangelo ci offre come esempio la “compassione” di Gesù, che tendendo la sua mano verso un lebbroso che lo supplicava di guarirlo, lo tocca e gli dice: “Lo voglio, sii purificato!” San Pietro ci dice che anche Gesù “patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme” (1Pt. 2,21).