BOLLETTINO PARROCCHIALE N.343 MAGGIO/GIUGNO 2017

Ecco perché maggio è il mese di Maria

Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, dalle statue incoronate di fiori al magistero dei Papi, l'origine e le forme di una devozione popolare molto sentita.

Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Alla base l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.

Il re saggio e la nascita del Rosario

In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in "Las Cantigas de Santa Maria" celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (...)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.
Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore.
Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata "Comunella". Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria....». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.

L'indicazione del gesuita Dionisi

L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio "Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei". Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica "Il mese di Maria o sia di Maggio" e di don Giuseppe Peligni.

Da Grignion de Montfort all'enciclica di Paolo VI

Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel "Trattato della vera devozione a Maria" san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria»

OGNI MERCOLEDI'

 

 

 

 

SANTA MESSA ORE 20.00 E LA RECITA DELLA CORONCINA ALLA DIVINA MISERICORDIA 

OGNI GIOVEDI'

 

 

 

 

 

SANTA MESSA ORE 20.00 E LA RECITA DEL ROSARIO

CALENDARIO DEGLI INCONTRI IN PARROCCHIA DA SETTEMBRE 2016 A GIUGNO 2017

PAGINE PIU' VISTE APRILE 2017

ULTIMI AGGIORNAMENTI


IL PENSIERO DELLA SETTIMANA

PREGHIERA DELLA SETTIMANA

Preghiera del 14.maggio 2017

Atto di affidamento a Maria

Beata Maria Vergine di Fatima,


con rinnovata gratitudine per la tua presenza materna


uniamo la nostra voce a quella di tutte le generazioni

che ti dicono beata.
Celebriamo in te le grandi opere di Dio,


che mai si stanca di chinarsi con misericordia sull’umanità,


afflitta dal male e ferita dal peccato,


per guarirla e per salvarla.
Accogli con benevolenza di Madre


l’atto di affidamento che oggi facciamo con fiducia.
Siamo certi che ognuno di noi è prezioso ai tuoi occhi


e che nulla ti è estraneo di tutto ciò che abita nei nostri cuori.
Ci lasciamo raggiungere dal tuo dolcissimo sguardo


e riceviamo la consolante carezza del tuo sorriso.
Custodisci la nostra vita fra le tue braccia:


benedici e rafforza ogni desiderio di bene;

ravviva e alimenta la fede;


sostieni e illumina la speranza;


suscita e anima la carità;


guida tutti noi nel cammino della santità.
Insegnaci il tuo stesso amore di predilezione


per i piccoli e i poveri,


per gli esclusi e i sofferenti,


per i peccatori e gli smarriti di cuore:


raduna tutti sotto la tua protezione

e tutti consegna al tuo diletto Figlio, il Signore nostro Gesù.
Amen.

 

Papa Francesco

LA FOTO DELLA SETTIMANA

La foto del 14.maggio 2017

SI RINGRAZIA  A FOTO-STUDIO "ARCADIA" DI WILLER COMELLINI

CANTARE INSIEME FA BENE!

CORO SAN GIACOMO
CORO SAN GIACOMO
Cantare in coro fa bene perchè stimola la creatività, le relazioni sociali e affettive, sviluppa l'ascolto, l'attenzione, l'espressione e la comunicazione e fa' apprendere un nuovo linguaggio, quello musicale.
Nel coro non ci sono differenze, alti e bassi, grassi o magri, giovani e meno giovani, tutti sono ugualmente importanti e ognuno contribuisce con la propria voce a creare un suono magico e meraviglioso, il suono del CORO.
Il Coro S. Giacomo di Piumazzo, presente in parrocchia da 25 anni anima le celebrazioni liturgiche della comunità e organizza concerti e attività culturali e musicali.
Stiamo cercando nuove voci, femminili e maschili, e una potrebbe essere proprio la tua!
Per informazioni rivolgersi a don Remo o alla direttrice Maria Teresa. Ti aspettiamo! 
Elenco dei prossimi appuntamenti del Coro S. Giacomo:
Domenica 28 Maggio ore 17: Concerto nella chiesa di Bazzano
Domenica 11 Giugno ore 17: "Cori-a-MO" Rassegna corale per le vie e piazze di Modena

Per entrare in paradiso


Un uomo andò in paradiso. Appena giunto alla porta coperta di perle incontrò S. Pietro che gli disse: "Ci vogliono 1.000 punti per essere ammessi. Le buone opere da te compiute determineranno i tuoi punti".
L'uomo rispose: "A parte le poche volte in cui ero ammalato, ho ascoltato la Messa ed ho cantato nel coro".
"Quello fa 50 punti", disse San Pietro.
"Ho sempre messo una bella sommetta nel piatto dell'elemosina che il sacrestano metteva davanti a me durante la Messa".
"Quello vale 25 punti", disse San Pietro.
Il pover'uomo, vedendo che aveva solo 75 punti, cominciò a disperarsi.
"La domenica ho fatto scuola di Catechismo – disse – e mi pare che sia una bella opera per Iddio".
"Sì – disse san Pietro – e quello fa altri 25 punti".
L'uomo ammutolì, poi aggiunse: "Se andiamo avanti così, sarà solo la Grazia di Dio che mi darà accesso al paradiso".
San Pietro sorrise: "Quello fa 900 punti. Entra pure".

Smettiamola di voler accumulare i cosiddetti "punti Paradiso": se siamo salvi, è prima di tutto per Grazia di Dio! La stessa Grazia, ci ispiri stupore per un amore così grande, e desideri buoni, di vera conversione, di autentica carità, per puro amore di Dio, non per aspettarci un contraccambio nell'aldilà

IL VANGELO DEL GIORNO COMMENTATO

Liturgia della settimana

2017-05-26 - Vangelo di venerdi' (ven, 26 mag 2017)
At 18, 9-18; Sal.46; Gv 16, 20-23. ||| In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».
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2017-05-26 - Commento di venerdi' (ven, 26 mag 2017)
La gioia di Cristo e quella del mondo. ||| Quante volte ci assale la tentazione di credere che coloro che vivono lontani da Dio e camminano per i propri sentieri, ignari di ogni norma, incuranti di qualsiasi legge, siano più felici di noi e vivano la vera libertà. L'allegria del mondo, per quanto falsa ci possa apparire, ci affascina comunque. Il tutto e subito può anche dare l'illusione dell'onnipotenza. Se proviamo però a scrutare con maggiore intelligenza non ci vuole molto a scoprire che sotto le mentite spoglie di una superficiale allegria si nasconde il vuoto di una profonda insoddisfazione. Gesù predìce ai suoi: "Il mondo si rallegrerà, voi sarete afflitti". Sùbito però aggiunge: "Ma la vostra afflizione si cambierà in gioia". Solo nella prospettiva futura emergerà la verità. Il travaglio della vita è paragonato al travaglio del parto, che è motivo di momentanea sofferenza per la madre. Poi la gioia della maternità fa dimenticare la sofferenza passata. Appare abbastanza evidente che Gesù ci voglia ricordare la sua crudelissima passione per farci comprendere e godere della gioia della sua risurrezione. Il suo percorso ora è la nostra via: anche noi dobbiamo portare inevitabilmente i nostri pesi, anche quelli che ci recano dolore e ci inducono al pianto, ma non possiamo e non dobbiamo mai dimenticare che quei pesi, portati con Cristo e offerti a lui, costituiranno la nostra forza per risorgere. Con quei pesi costruiamo i nostri calvari, sono sacchi di terra arida e riarsa, che irrorata dal divino redentore, diventa terra fertile, dove alberi frondosi crescono fecondi. I sacchi di terra arida, che invece rimangono sulle spalle degli uomini, perché ignari di Cristo e della sua croce, sempre più pesanti, finiscono per farli stramazzare e diventare così la tomba buia di ognuno e lì è la più profonda tristezza. È l'inferno costruito dalle mani degli uomini. La nostra gioia invece la viviamo prima nella fede e nella speranza cristiana e poi nella patria beata. Nell'attesa dobbiamo esercitare la virtù della pazienza e alimentarci di comunioni con Cristo, quelle così intense che ci anticipano sin da ora la gioia futura.
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VI Domenica di Pasqua (anno A)

Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito.

21.MAGGIO 2017

La promessa di Gesù, che avrebbe mandato lo Spirito a rafforzare i discepoli, non è solo motivo di fiducia e di consolazione nelle difficoltà inevitabili. E’ una garanzia che egli non ci lascia soli, che non ci abbandona a noi stessi o in balia delle forze avverse.

 

 

Vieni, Spirito Santo. Abbiamo bisogno di te come dell’aria che respiriamo. Vieni, Spirito Santo, perché il nostro sforzo dia frutti di amore; perché la fedeltà ci apra un futuro nuovo e ci spinga al compito di ogni giorno; perché ci liberi dalla stanchezza e dalla delusione e ci porti al regno dell’amore. Vieni, Signore e datore di vita, a rallegrare il nostro mondo tanto cupo. Vieni e rinnova la faccia della terra!

 

PROVVISTE DI VIAGGIO

VANGELO IN IMMAGINI

Riflessione Ascensione del Signore A

"Uomini di Galilea, perché state guardando il cielo? Questo Gesù che è stato assunto in cielo tornerà un giorno allo stesso modo" - Così abbiamo ascoltato nella prima lettura di questa festa che chiamiamo Ascensione per indicare la gloria e non una lontananza. Da quel giorno, il rapporto con Cristo avviene in modi e con mezzi diversi dal vedere, udire, toccare..
Questo non vuol dire che Lui non c'è più. La sua è una presenza nuova, ma non meno reale. E il Vangelo ci dice: "andate in tutto il mondo e testimoniate il Vangelo ad ogni creatura".
Allora, il cielo sono gli altri, il cielo sono i nostri fratelli, e ogni mano che si apre verso di loro è una mano che tocca il cielo. E' su questa strada che noi incontriamo Gesù, e non "guardando il cielo". Per trovare Dio bisogna cercare le persone e proprio in queste persone servo e amo Dio, qualsiasi esse siano e nella mia testimonianza rendo visibile e manifesta l'immagine di Cristo.
Ognuno di noi è chiamato dal Signore ad andare verso coloro che cercano la pace e la riconciliazione, a coloro che soffrono, a chi conosce la fame e la sete, a chi è privato dei diritti e della dignità, a coloro che amano la giustizia, che seminano la speranza e che condividono i frutti della Provvidenza. Donare e condividere, senza renderci schiavi delle cose, del successo e delle persone. Operare perché scompaiano le discriminazioni, i razzismi, i ghetti, i privilegi. Eliminare tutto ciò che non rende migliore il cuore dell'uomo e non promuove verità e giustizia. Cristo, asceso al cielo, è e rimane sempre con noi, nel volto e nel cuore dei nostri fratelli.

VIDEO DELLA SETTIMANA

Chi sei tu?

Chi sei tu? Non qual è il tuo nome, o in cosa sei bravo, ma: chi sei tu. Splendido video in italiano che fa riflettere sul proprio posto nel mondo.

NOTIZIA DELLA SETTIMANA

23.maggio 2017

Comunicazioni sociali. Giornata mondiale, le idee viaggiano sui «webinar» i

«Il punto è usare la Rete e i social network non solo come vetrina della attività parrocchiali, integrandoli appieno nella pastorale». Il suggerimento arriva da don Marco Rondonotti, 42 anni, parroco di San Francesco a Novara, che al Cremit dell’Università Cattolica sta svolgendo un dottorato in Pedagogia su come i sacerdoti possano sfruttare i social e che alle 18.30 di mercoledì 24 maggio sarà ospite del ciclo di seminari online («webinar») sul sito di WeCa (l'associazione dei Webmaster cattolici, legata all'Ufficio Comunicazioni sociali della Cei) insieme ad Alessandra Carenzio. «Possono essere una grande risorsa – dice il "prete social" – per promuovere, oltre alla narrazione del sé, la dimensione partecipativa e democratica di una comunità». Nella sua parrocchia il Web 2.0 è strumento ordinario: «Ogni anno raccontiamo i momenti più importanti attraverso un video di alcuni minuti: ai parrocchiani abbiamo chiesto di postare due foto per descrivere come vivono la comunità e come la vorrebbero, agli altri utenti di interagire su Facebook aggiungendo didascalie e commenti». Utilizzi semplici, che però favoriscono la riflessione, andando oltre il banale "mi piace": «Per una settimana – dice don Marco – agli adolescenti ho chiesto di pubblicare su Instagram foto su temi attinenti alla fede, esponendosi in modo non scontato. Usiamo i social anche per il catechismo, per coinvolgere i genitori e tenere i contatti».
Ragionamento analogo vale per i sacerdoti: «Non sono pochi quelli che pubblicano le omelie – dice Rondonotti –. Ma più che interventi verticali nel Web 2.0 funziona porre domande e guidare la costruzione di una riflessione comune, in modo orizzontale». È la dimensione partecipativa dei nuovi media, capace di trasformare gli spettatori in "spett-autori" che creano e modificano contenuti. Per anni si è pensato ai social come strumenti dei più giovani, con la fortunata espressione di "nativi digitali" introdotta nel 2001 da Marc Prensky. Un lungo dibattito ha portato lo stesso autore nel 2011 a parlare di differenza – non più su un piano generazionale ma di competenze acquisite – tra «saggi digitali» e «stupidi digitali». «Vale anche per l’uso del Web nella pastorale – commenta don Marco –: occorre educare sacerdoti e laici impegnati nelle parrocchie al loro utilizzo. La bussola è quanto dice il Papa nel Messaggio per la Giornata di domenica: promuovere la speranza attraverso una comunicazione autentica, capace di farci ascoltare l’un l’altro».

I webinar, rilanciati anche da Avvenire con un successo crescente di contatti, segno di una formula che ha intercettato l'attesa di una nuova modalità formativa, sono trasmessi (e archiviati) anche nella pagina Facebook di WeCa.

IL LIBRO DELLA SETTIMANA

Ciò che conta è amare

Descrizione

Finalmente riproposto il classico testo di Carlo Carretto in una nuova edizione. Qual è il Dio della mia fede? Carretto sa di non essere teologo, non filosofo né esegeta, e per accostarsi alla Bibbia usa l'unica arma in suo potere: l'esperienza di vita. Parte quindi da lì raccontando sotto forma di meditazioni quotidiane ciò che la Bibbia dice a lui nel concreto della sua vita. Un testo con una forza straordinaria, ancora oggi validissimo aiuto per approcciarsi alla lettura del libro sacro. «Queste meditazioni bibliche vogliono essere ciò che per la macchina è il motorino di avviamento. Terminate queste, basterà innescare la marcia, levare il piede dalla frizione e, seguendo le indicazioni messe come guida, partire da soli per il gran viaggio biblico» (Carlo Carretto)

DIOCESI DI BOLOGNA

La Madonna di San Luca scende in città

Prossimi appuntamenti

 

Visita Pastorale del Santo Padre Francesco in occasione del Congresso Eucaristico Diocesano

Assemblea Diocesana

  • Giovedì 8 giugno
  • 19:30
  • in San Petronio

 

LE PAROLE DEL PAPA

Maria ci insegna a sperare in Dio anche quando tutto appare privo di senso, anche quando Lui sembra nascosto.


PAPA FRANCESCO UDIENZA GENERALE  Mercoledì, 24 maggio 2017

La Speranza cristiana - 23. Emmaus, il cammino della Speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei soffermarmi sull’esperienza dei due discepoli di Emmaus, di cui parla il Vangelo di Luca (cfr 24,13-35). Immaginiamo la scena: due uomini camminano delusi, tristi, convinti di lasciare alle spalle l’amarezza di una vicenda finita male. Prima di quella Pasqua erano pieni di entusiasmo: convinti che quei giorni sarebbero stati decisivi per le loro attese e per la speranza di tutto il popolo. Gesù, al quale avevano affidato la loro vita, sembrava finalmente arrivato alla battaglia decisiva: ora avrebbe manifestato la sua potenza, dopo un lungo periodo di preparazione e di nascondimento. Questo era quello che loro aspettavano. E non fu così.

I due pellegrini coltivavano una speranza solamente umana, che ora andava in frantumi. Quella croce issata sul Calvario era il segno più eloquente di una sconfitta che non avevano pronosticato. Se davvero quel Gesù era secondo il cuore di Dio, dovevano concludere che Dio era inerme, indifeso nelle mani dei violenti, incapace di opporre resistenza al male.

Così, quella mattina della domenica, questi due fuggono da Gerusalemme. Negli occhi hanno ancora gli avvenimenti della passione, la morte di Gesù; e nell’animo il penoso arrovellarsi su quegli avvenimenti, durante il forzato riposo del sabato. Quella festa di Pasqua, che doveva intonare il canto della liberazione, si era invece tramutata nel più doloroso giorno della loro vita. Lasciano Gerusalemme per andarsene altrove, in un villaggio tranquillo. Hanno tutto l’aspetto di persone intente a rimuovere un ricordo che brucia. Sono dunque per strada, e camminano, tristi. Questo scenario – la strada – era già stato importante nei racconti dei vangeli; ora lo diventerà sempre di più, nel momento in cui si comincia a raccontare la storia della Chiesa.

L’incontro di Gesù con quei due discepoli sembra essere del tutto fortuito: assomiglia a uno dei tanti incroci che capitano nella vita. I due discepoli marciano pensierosi e uno sconosciuto li affianca. È Gesù; ma i loro occhi non sono in grado di riconoscerlo. E allora Gesù incomincia la sua “terapia della speranza”. Ciò che succede su questa strada è una terapia della speranza. Chi la fa? Gesù.

Anzitutto domanda e ascolta: il nostro Dio non è un Dio invadente. Anche se conosce già il motivo della delusione di quei due, lascia a loro il tempo per poter scandagliare in profondità l’amarezza che li ha avvinti. Ne esce una confessione che è un ritornello dell’esistenza umana: «Noi speravamo, ma… Noi speravamo, ma…» (v. 21). Quante tristezze, quante sconfitte, quanti fallimenti ci sono nella vita di ogni persona! In fondo siamo un po’ tutti quanti come quei due discepoli. Quante volte nella vita abbiamo sperato, quante volte ci siamo sentiti a un passo dalla felicità, e poi ci siamo ritrovati a terra delusi. Ma Gesù cammina con tutte le persone sfiduciate che procedono a testa bassa. E camminando con loro, in maniera discreta, riesce a ridare speranza.

Gesù parla loro anzitutto attraverso le Scritture. Chi prende in mano il libro di Dio non incrocerà storie di eroismo facile, fulminee campagne di conquista. La vera speranza non è mai a poco prezzo: passa sempre attraverso delle sconfitte. La speranza di chi non soffre, forse non è nemmeno tale. A Dio non piace essere amato come si amerebbe un condottiero che trascina alla vittoria il suo popolo annientando nel sangue i suoi avversari. Il nostro Dio è un lume fioco che arde in un giorno di freddo e di vento, e per quanto sembri fragile la sua presenza in questo mondo, Lui ha scelto il posto che tutti disdegniamo.

Poi Gesù ripete per i due discepoli il gesto-cardine di ogni Eucaristia: prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà. In questa serie di gesti, non c’è forse tutta la storia di Gesù? E non c’è, in ogni Eucaristia, anche il segno di che cosa dev’essere la Chiesa? Gesù ci prende, ci benedice, “spezza” la nostra vita – perché non c’è amore senza sacrificio – e la offre agli altri, la offre a tutti.

È un incontro rapido, quello di Gesù con i due discepoli di Emmaus. Però in esso c’è tutto il destino della Chiesa. Ci racconta che la comunità cristiana non sta rinchiusa in una cittadella fortificata, ma cammina nel suo ambiente più vitale, vale a dire la strada. E lì incontra le persone, con le loro speranze e le loro delusioni, a volte pesanti. La Chiesa ascolta le storie di tutti, come emergono dallo scrigno della coscienza personale; per poi offrire la Parola di vita, la testimonianza dell’amore, amore fedele fino alla fine. E allora il cuore delle persone torna ad ardere di speranza.

Tutti noi, nella nostra vita, abbiamo avuto momenti difficili, bui; momenti nei quali camminavamo tristi, pensierosi, senza orizzonti, soltanto un muro davanti. E Gesù sempre è accanto a noi per darci la speranza, per riscaldarci il cuore e dire: “Vai avanti, io sono con te. Vai avanti”. Il segreto della strada che conduce a Emmaus è tutto qui: anche attraverso le apparenze contrarie, noi continuiamo ad essere amati, e Dio non smetterà mai di volerci bene. Dio camminerà con noi sempre, sempre, anche nei momenti più dolorosi, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della sconfitta: lì c’è il Signore. E questa è la nostra speranza. Andiamo avanti con questa speranza! Perché Lui è accanto a noi e cammina con noi, sempre!