LA "PAROLA" DEL GIORNO: Commento spirituale alla Parola di Dio
"La Chiesa si nutre del pane della vita sia alla mensa della Parola di Dio che a quella del Corpo di Cristo." (CEI, Il rinnovamento della catechesi, n. 28)
Liturgia della settimana
2012-02-06 - Vangelo di lunedi' (lun, 06 feb 2012)1 Re 8, 1-7.9-13; Sal 131; Mc 6, 53-56. ||| In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono. Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.
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2012-02-06 - Commento di lunedi' (lun, 06 feb 2012)
Gesù guarisce. ||| Tanti miracoli, e tante persone che li chiedono: due realtà che si confrontano, due mondi che si incontrano. Possiamo però porci la domanda: cosa cercano le persone da questo incontro? Che tipo di guarigione? Chi troveranno, chi veramente cercano? Che cognizione hanno di Lui? Cosa lega, in definitiva Gesù con gli uomini che lo cercano? L’opera di salvezza e di guarigione di Gesù mette l’uomo di fronte a se stesso, in rapporto a Dio ed alla fede. Da un lato la questione pone l’uomo a diretto contatto con Gesù e cosa ci si aspetti realmente da Lui. Dall’altro è importante anche valutare quali sono le motivazione reali che spingono gli uomini a tale incontro. Gesù, compiendo questi miracoli conosce veramente la realtà che lo circonda; ciò non lo disimpegna al servizio. Noi potremmo dire, che alla luce della sua solitudine sulla Croce, non era forse una vera fede quella che spingeva tanta gente. Probabilmente vi è l’affanno di vita di dolore e solitudine che non riesce a trovare soluzioni convincenti. Gesù non giudica, sa perfettamente che le strade della salvezza sono talvolta difficili e che segnano un cammino ed una crescita spirituale e di maturazione personale. Il Vangelo di oggi è anche occasione per una verifica: cosa mi aspetto dall’incontro con il Signore? Gesù ci insegna che il bene si compie solo per compiere il Bene, senza scusanti che ci possono distrarre.
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Sabato 11 febbraio 2012
+ Dal Vangelo secondo Marco 8,1-10
Mangiarono a sazietà.
In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, Gesù chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e
non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano». Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a
sfamarli di pane qui, in un deserto?». Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette».
Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche
pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli. Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. Erano circa quattromila. E li congedò.
Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.
SPUNTI DI RIFLESSIONE (padre Lino Pedron)
Marco riporta due moltiplicazioni dei pani (6,35-46; 8,1-9).Ciò che anzitutto impressiona in questi racconti è la folla: una folla numerosa, venuta a piedi da ogni parte, che segue Gesù giorni e giorni. Secondo alcuni, tanta folla farebbe sospettare la formazione di un movimento messianico di tipo politico che vedeva in Gesù un possibile capo. Ciò è verosimile: del resto Giovanni, a proposito del medesimo episodio, annota che le folle cercavano Gesù per farlo re (Gv 6,15). Il clima politico della Galilea di quel tempo era surriscaldato e bastava poco a suscitare fanatismi messianici. Scrive ad esempio Giuseppe Flavio: "Uomini ingannevoli e impostori, che sotto apparenza di ispirazione divina operavano innovazioni e sconvolgimenti, inducevano la folla ad atti di fanatismo religioso e la conducevano fuori nel deserto, come se là Dio avesse mostrato loro i segni della libertà imminente" (Guerra giudaica
2,259). In questa luce, nella prima moltiplicazione dei pani, acquista importanza l'annotazione che Gesù obbligò i discepoli ad allontanarsi, ed egli, dopo aver congedata la folla, si ritirò sulla montagna a pregare (6,45-46). Gesù non accondiscende alle attese politiche della folla, ma si
allontana da essa, ritrovando nella preghiera la chiarezza della via messianica della croce e il coraggio per percorrerla. Questa seconda moltiplicazione dei pani avviene in pieno territorio pagano come prefigurazione dell'eucaristia universale, offerta in pienezza anche ai pagani. Le sette ceste di pezzi avanzati sono destinate alle settanta nazioni pagane della tradizione biblica ebraica (cfr Gen 10). Ancora una volta Gesù dona il pane e rinnova la sua misericordia. Non si stanca di noi, non si scoraggia per la nostra durezza di cuore. Insiste con il suo dono infinite volte. Tutta la storia è il tempo della pazienza di Dio.
Santa Scolastica
Venerdì 10 febbraio 2012
+ Dal Vangelo secondo Marco 7, 31-37
Fa udire i sordi e fa parlare i muti.
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti
SPUNTI DI RIFLESSIONE (padre Gian Franco Scarpitta)
Il profeta Isaia (in verità un anonimo autore che si inserisce fra i redattori del testo profetico) invita il popolo di Israele deportato in Babilonia alla gioia e alla letizia perché
Dio sta per operare la loro liberazione e presto avrà luogo il rientro in patria: grazie all’edittto di Ciro, infatti, i Gerosolimitani un tempo deportati a Babilonia (587 a C) ora stanno per
fare ritorno nella loro terra, nella quale potranno riprendere la vita e le consuetudini, lodando e magnificando Dio per averli liberati e salvati.
Il profeta però, nel bel mezzo delle immagini simboliche, si sofferma anche sulla promessa: “Si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.” Finalmente i sordi
cominceranno ad udire e i ciechi a vedere; non tanto però nel senso materiale del termine, quanto nella loro capacità di assimilazione della Parola del Signore: fino a ad ora sempre restii e
insensibili a Dio e al suo messaggio, adesso i sordi avranno la possibilità di ascoltare la Parola di Dio e di aderirvi, assimilandola, facendola propria e mettendola in atto. Nella Sacra
Scrittura i sordi sono propriamente coloro che mostrano indifferenza e riluttanza al Signore e sono ben lungi dall’ascoltare la sua Parola; orbene, il Signore stesso “aprirà le loro orecchie”
e le renderà sensibili alla Parola e propriamente parlando è nella Parola definitiva del Padre, Cristo Verbo Incarnato, che l’uomo può vantare di avere aperte le orecchie e che anche i suoi
occhi siano capaci di vedere, osservare, valutare… quello che dovrà essere messo in pratica. Dio stesso in Cristo ci rende in grado di attenzione e di ascolto verso la Parola di Dio ed è per
questo che la liturgia del Battesimo dei bambini comprende il cosiddetto rito dell’”effetà” = apriti nel quale si chiede al Signore che conceda al battezzato di ascoltare presto la divina
Parola e di mettersi in religioso ascolto del messaggio salvifico del Cristo, del Vangelo. Senza l’ascolto non vi è attenzione e di conseguenza la Parola di Dio, per quanto efficace e
profonda essa sia, non potrà mai apportare i propri frutti nell’animo umano. Come possiamo pretendere che essa ci trasformi, se da parte nostra vi è sterile indifferenza e chiusura? Come
possiamo permettere a Dio di trasformare la nostra vita se non gli lasciamo il dovuto spazio perché egli possa trasformarci? E’ nell’ascolto, ossia nel soffermarci attento, libero e
disinvolto, che noi possiamo accogliere quanto di benefico il Signore ci suggerisce e per questo motivo anche la società odierna dovrebbe concederci opportuni spazi all’attenzione e alla
ricezione omettendo almeno una volta la frenesia e l’efficientismo delle attività proprie di chi presume di cambiare il mondo solo con le proprie forze. Anche da parte nostra non è fuori
luogo che ci concediamo periodi di isolamento e di lontananza dalle nostre apprensioni quotidiane, luoghi di ristoro fisico spirituale e tempi di raccoglimento personale per favorire la
concentrazione e l’attenzione verso noi stessi nella comunione ce nella familiarità con Dio, considerando che “lavorare stanca” (C. Pavese) e che l’attivismo conduce solo a risultati deleteri
per noi stessi e per gli altri.
Non per niente Gesù conduce questo malcapitato sordomuto fuori dal contatto con la gente: “lo prese in disparte, lontano dalla folla” e il suo intervento produce effetti di guarigione fisica
ma anche di cura dal male più ostinato dell’indifferenza e della preclusione. Se, come dice Paolo, la fede deriva dall’annuncio, questo annuncio lo si percepisce solo nell’ascolto e pertanto
l’atteggiamento da parte di ciascuno di noi dovrebbe essere quello del giovane Samuele: “Parla Signore, il tuo servo ti ascolta.”
A partire dall’assimilazione della Parola si potrà vantare indiscussa competenza nell’annuncio edificante a terzi di quanto ci è stato comunicato e pertanto saremo capaci di predicazione e di
attività ministeriale non prima di aver operato l’opzione fondamentale della Parola di Dio e la scelta di concederci intimamente a lui, ma anche prescindendo da ogni attività missionaria, è
opportuno e conveniente l'ascolto della Parola in se medesimo per la nostra edificazione personale e per la necessità di carica umana ed energia durature.
Giovedì 9 febbraio 2012
+ Dal Vangelo secondo Marco 7,24-30
I cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli.
In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia». Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.
SPUNTI DI RIFLESSIONE (a cura dei Carmelitani)
Nel vangelo di oggi vediamo come Gesù si occupa di una donna straniera, appartenente ad un’altra razza e ad un’altra religione, pur essendo ciò proibito dalla legge religiosa di quell’epoca.
All’inizio Gesù non se ne vuole occupare, ma la donna insiste ed ottiene ciò che lei vuole: la guarigione della figlia.
• Gesù sta cercando di aprire la mentalità dei discepoli e della gente oltre la visione tradizionale. Nella moltiplicazione dei pani, lui aveva insistito nella condivisione (Mc 6,30-44), aveva
dichiarato puri tutti gli alimenti (Mc 7,1-23). In questo episodio della donna cananea, supera le frontiere del territorio nazionale ed accoglie una donna straniera che non era del popolo e con
cui era proibito parlare. Queste iniziative di Gesù, nate dalla sua esperienza di Dio Padre, erano estranee alla mentalità della gente dell’epoca. Gesù aiuta la gente ad uscire dal suo modo di
sperimentare Dio nella vita.
Nel vangelo di ieri (Mc 7,14-23) e dell’altro ieri (Mc 7,1-13), Gesù aveva criticato l’incoerenza della “Tradizione degli Antichi” ed aveva aiutato la gente e i discepoli ad uscire dalla prigione
delle leggi della purezza. Qui, in Marco 7,24, lui esce dalla Galilea. Sembra voler uscire dalla prigione del territorio e della razza. Trovandosi all’estero, lui non vuole essere riconosciuto.
Ma la sua fama era giunta prima. La gente ricorre a Gesù. Una donna arriva vicino a Gesù e comincia a chiedere aiuto per sua figlia che è malata. Marco dice in modo esplicito che lei appartiene
ad un’altra razza e ad un’altra religione. Ciò vuol dire che era pagana. Lei si lancia ai piedi di Gesù e comincia a supplicare la guarigione della figlia che era posseduta da uno spirito
immondo. Per i pagani non era un problema ricorrere a Gesù. Per i giudei vivere con i pagani era invece un problema! Fedele alle norme della sua religione, Gesù dice che non conviene togliere il
pane ai figli per darlo ai cagnolini. Frase dura. Il paragone veniva dalla vita in famiglia. Ancora oggi, bambini e cani sono ciò che abbonda maggiormente nei quartieri poveri. Gesù afferma una
cosa: nessuna madre toglie il pane dalla bocca dei figli per darlo ai cani. In questo caso, i figli erano il popolo ebreo e i cagnolini, i pagani. Al tempo dell’ AT, a causa di rivalità tra i
popoli, la gente soleva chiamare l’altro popolo “cane” (1Sam 17,43). Negli altri vangeli, Gesù spiega il perché del suo rifiuto: “Sono stato mandato solo per le pecore perdute della casa di
Israele!” (Mt 15,24). Cioè: “Il Padre non vuole che io mi occupi di questa donna!” La reazione della donna è immediata. Lei è d’accordo con Gesù, ma allarga il paragone e lo
applica al suo caso: “Gesù, è vero, ma anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dal tavolo dei figli!” E’ come se dicesse: “Se sono un cagnolino, allora ho il diritto dei cagnolini,
cioè: le briciole mi appartengono!” Lei trae semplicemente conclusioni dalla parabola che Gesù aveva raccontato e dimostra che perfino nella casa di Gesù, i cagnolini mangiavano le briciole
cadute dal tavolo dei figli. E nella “casa di Gesù”, cioè, nella comunità cristiana, la moltiplicazione dei pani per i figli era talmente abbondante che erano rimasti dodici cesti pieni (Mc 6,42)
per i “cagnolini”, cioè per lei, per i pagani!
anche la reazione di Gesù arriva pronta: “Per questa tua parola, và. Il demonio è uscito da tua figlia!” Negli altri vangeli si esplicita: “Grande è la tua fede! Sia fatto come tu
vuoi!” (Mt 15,28). Se Gesù accoglie la richiesta della donna, è perché capisce che ora il Padre voleva che lui accogliesse la sua richiesta. Questo episodio aiuta a capire qualcosa del
mistero che avvolgeva la persona di Gesù e la sua vita con il Padre. Osservando le reazioni e gli atteggiamenti delle persone, Gesù scopre la volontà del Padre negli eventi della vita.
L’atteggiamento della donna apre un nuovo orizzonte nella vita di Gesù. Grazie a lei, lui scopre meglio il progetto del Padre per tutti coloro che cercano la vita e di liberarsi dalle catene che
imprigionano la loro energia. Cosi, lungo le pagine del vangelo di Marco, c’è un’ apertura crescente in direzione degli altri popoli. In questo modo, Marco porta i lettori ad aprirsi nei
confronti della realtà del mondo che li circonda, ed a
superare i preconcetti che impedivano la convivenza pacifica tra la gente. Questa apertura verso i pagani appare in modo molto chiaro nell’ordine finale dato da Gesù ai discepoli, dopo la sua risurrezione: ”Andate per il mondo intero e proclamate il Vangelo a tutte le genti” (Mc 16,15).
Mercoledì 8 febbraio 2012
+ Dal Vangelo secondo Marco 7,14-23
Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo.
In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose
che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che
entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. E diceva: «Ciò che esce dall’uomo
è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno,
dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
SPUNTI DI RIFLESSIONE (Monaci Benedettini Silvestrini)
Niente di ciò che è al di fuori di noi può garantirci la purezza interiore. Possiamo abbellirci con gli abiti migliori, nutrirci dei cibi più succulenti o fingere nei nostri comportamenti, ma il nostro animo, quello che veramente ci qualifica ed è chiaro agli occhi di Dio, rimane nella sua realtà. Gesù proclama queste verità affermando ancora una volta, rivolgendosi alle folle, ma parlando degli scribi e dei farisei, che: «Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo». Anche i latini affermavano, a mo' di proverbio, che «la bocca parla dall'abbondanza del cuore». Il Signore spiega ancora agli Apostoli il significato della sua affermazione: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». La conclusione immediata e più evidente è che Gesù dichiarava mondi tutti gli alimenti, ma c'è qualcosa di più importante da dedurre da suo discorso: è la pratica applicazione del comandamento che
ci sollecita a non dire o testimoniare il falso, a vivere in noi la verità di Dio per essere suoi testimoni veri e credibili nella carità. C'è una condanna a tutto ciò che inquina il nostro animo, che ci induce alla falsità e all'errore, che tende a trarre in inganno noi stessi, il nostro prossimo e a stravolgere ciò che Dio stesso ci ha fatto conoscere nella rivelazione e noi sperimentiamo nel vivere di ogni giorno. «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno». Gli inquinamenti da parole
sono più pericolosi e più nocivi di quelli atmosferici; sarebbe urgente per noi indire una campagna ecologica di purificazione del linguaggio. Noi cristiani che ci ispiriamo a Cristo, la Verità incarnata, dovremmo essere di fulgido esempio, pur sapendo che l'affermazione della verità e il vivere nella purezza del cuore comporta sempre un alto prezzo da pagare: Cristo e i suoi martiri hanno pagato con la vita, noi…?
Martedì 7 febbraio 2012
+ Dal Vangelo secondo Marco 7, 1-13
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini.
In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non
lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza
aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono:
«Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta
scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». E
diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la
madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre
o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».
SPUNTI DI RIFLESSIONE (Movimento Apostolico)
Scribi e farisei non vanno da Gesù con cuore puro, animo libero, intelligenza serena, sapienza che in tutto rispecchia quanto di essa è detta dalla Rivelazione: "In lei c'è uno spirito
intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, agile, penetrante, senza macchia, schietto, inoffensivo, amante del bene, pronto, libero, benefico, amico dell'uomo, stabile, sicuro,
tranquillo, che può tutto e tutto controlla, che penetra attraverso tutti gli spiriti intelligenti, puri, anche i più sottili. La sapienza è più veloce di qualsiasi movimento, per la sua
purezza si diffonde e penetra in ogni cosa. È effluvio della potenza di Dio, emanazione genuina della gloria dell'Onnipotente; per questo nulla di contaminato penetra in essa. È riflesso
della luce perenne, uno specchio senza macchia dell'attività di Dio e immagine della sua bontà. Sebbene unica, può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso i secoli,
passando nelle anime sante, prepara amici di Dio e profeti. Dio infatti non ama se non chi vive con la sapienza. Ella in realtà è più radiosa del sole e supera ogni costellazione, paragonata
alla luce risulta più luminosa; a questa, infatti, succede la notte, ma la malvagità non prevale sulla sapienza" (Sap 7,22-30). La loro intelligenza è malvagia e il loro spirito è cattivo.
Oggi cosa vedono? Che i discepoli di Gesù toccano il cibo con mani non lavate.
Essi però ignorano o fanno finta di
non vedere la loro impurità. Loro si lavano le mani prima di toccare il cibo, non si lavano però lo spirito prima di toccare la Legge del Signore e non si purificano la bocca prima di proferire la sana dottrina. Essi leggono la Parola con cuore immondo e dicono la sua verità con labbra impure. Il loro cuore è talmente impuro da rendere impura tutta la Rivelazione e la loro bocca è così immonda da rendere immonda ogni
interpretazione che esce da essa. L'impurità dei discepoli al massimo potrebbe infettare solo se stessi. Niente di più. La loro impurità invece infetta il mondo intero di falsità, menzogna, alterazione dei Comandamenti, elusione della Legge di Dio, omissione nella sana dottrina, sconvolgimento della giusta moralità. Loro sono la rovina della religione e della fede e neanche se ne accorgono. Neanche vogliono essere contraddetti, perché sono loro i maestri e loro i dotti nelle cose di Dio. Dinanzi a Gesù questa immoralità non può essere nascosta e viene denunciata, perché ci si possa salvare e proteggere da essa. Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi di Dio, dateci la vera purezza.
San Paolo Miki e compagni
Lunedì 6 febbraio 2012
+ Dal Vangelo secondo Marco 6,53-56
Quanti lo toccavano venivano salvati.
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono. Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.
SPUNTI DI RIFLESSIONE (Paolo Curtaz)
Almeno la frangia del mantello, le persone vogliono toccare almeno la frangia del mantello del maestro Gesù. Davanti a questo gesto così semplice, pieno di ingenua devozione, che rasenta la superstizione, percepiamo la forza che emanava la persona di Gesù, il suo carisma assoluto, la sua autorevolezza. La folla lo vuole toccare, sfiorare, avvicinarsi fino a sentirne l'odore. E Gesù si lascia fare: solo chi ha fede attinge da lui una forza capace di guarire, come la donna emorroissa. Anche oggi il Signore si fa accanto ad ogni uomo, a noi, e ci sfiora con la sua presenza. Lo sguardo luminoso di un neonato,la bellezza radiosa di una persona sconosciuta che abbiano incontrato andando al lavoro, una mail da un amico, la Parola che abbiamo appena gustato: per chi ama tutto diventa segno della presenza del Maestro. Anche il suo silenzio. E ciascuno di noi può diventare la frangia del mantello del Signore Gesù per le persone che incontreremo, per coloro che incroceranno il nostro sguardo. Il Signore, oggi, si affida a noi, alle nostre poche parole, alle nostre fragili mani per raggiungere le persone che vivono nella solitudine e nel dolore. Siamo mantello del Signore per l'uomo affaticato e stanco.
Domenica 5 febbraio 2012
+ Dal Vangelo secondo Marco 1,29-39
Guarì molti che erano affetti da varie malattie
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
SPUNTI DI RIFLESSIONE (don Roberto Seregni)
Certo che anche le giornate di Gesù non erano uno scherzo: guarigioni, ammalati da ogni parte, folle che lo cercano, discepoli che non capiscono e poi, soprattutto la preghiera. E sì, cari amici, la preghiera! Questo è ciò che fa la differenza! Ma andiamo con ordine… Abbiamo letto nel Vangelo la guarigione della suocera di Pietro. Dopo l’esorcismo della scorsa settimana, questo è il primo miracolo di guarigione raccontato da Marco. Vi devo confessare che mi ha sempre incuriosito questo testo. Come prima guarigione mi sarei aspettato un paziente affetto da una gravissima malattia, oppure considerato spacciato dai primari del tempo; magari un personaggio importante o comunque un uomo; una grande piazza di Gerusalemme e una platea ammutolita di fedeli. E Gesù che fa? Sceglie una donna (!), una suocera(!) (allettata con la febbre!) e opera la guarigione nel chiuso delle mura domestiche… Ma c’era bisogno proprio di questo intervento miracoloso di Gesù? Una bella spremuta, qualche giorno di riposo e tutto sarebbe passato! Ma per Gesù le cose non stanno così. Il Rabbi di Nazareth ci invita a guardare oltre il segno, a scorgerne il significato. La piccolezza e l’irrilevanza umana del prodigio, ci fanno intuire che dobbiamo spostare lo sguardo altrove. Non come lo stupido del proverbio, che guarda il dito a chi gli indica la luna… Nel testo due espressioni ci aiutano a cogliere il valore simbolico di questo evento: “la fece alzare” (ma letteralmente avremmo dovuto tradurre “la fece risorgere”) e “si mise a servirli”. La mano di Gesù non solo rialza dall’ immobilità della febbre, ma risveglia gli inverni del cuore, fa fiorire la primavera anche dove noi vediamo solo neve e terra brulla. La mano di Gesù contagia: toccata da quella del maestro, anche la donna inizia a servire. E’ il contagio dell’amore, della passione, di quel servizio che ci fa vivere a sua immagine e somiglianza: “sono in mezzo a voi come colui che serve” (Luca 22,27). Coraggio cari amici! Lasciamoci raggiungere dalla mano di Gesù, lasciamo che risvegli gli inverni del cuore e faccia fiorire in noi la primavera del servizio. Troviamoci pure noi un tempo e un luogo deserto per affidare al Padre la nostra giornata. Ritagliamoci ogni giorno un spazio di silenzio per umanizzare la nostra vita, per ricordarci la meta del nostro cammino, per ricordarci di guardare la luna e non il dito…
Sabato 4 febbraio 2012
+ Dal Vangelo secondo Marco 6,30-34
Erano come pecore che non hanno pastore.
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
SPUNTI DI RIFLESSIONE (d0n Roberto Seregni)
Chiamaci ancora, Signore, in disparte, con Te. Chiamaci ancora
per gustare la tua Parola,
ascoltata e accolta, desiderata e contemplata, custodita e vissuta.
Chiamaci ancora per fare esperienza di quel silenzio che umanizza la vita,
che ribalta le logiche della produzione, che ci fa gustare la Tua
presenza. E’ vero, Signore,
per ascoltarti bisogna imparare a tacere, a mettersi in disparte,
soli, con Te. Te lo diciamo sottovoce, Signore, con il cuore in gola:
scegliamo Te, perché Tu sei l’unico che non delude. Scegliamo Te,
perché tu solo sazi ogni nostro desiderio. Amen.
Venerdì 3 febbraio 2012
+ Dal Vangelo secondo Marco 6, 14-29
Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto.
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
SPUNTI DI RIFLESSIONE (padre Lino Pedron)
I discepoli sono partiti e la scena è vuota. Marco la riempie con due brani che servono d'intermezzo: l'opinione di Erode su Gesù e l'assassinio di Giovanni Battista. Questo episodio,
collocato tra l'invio in missione dei discepoli e il loro ritorno, acquista un significato preciso: è un segno premonitore dell'opposizione e del martirio riservati a Gesù e ai suoi
discepoli. Questo brano del vangelo ci dà la versione "religiosa" della morte del Battista. Flavio Giuseppe ci dà quella "politica". Leggiamo in Antichità giudaiche 18, 119: "Erode, temendo
che egli con la sua grande influenza potesse spingere i sudditi alla ribellione (sembrando in effetti disposti a fare qualsiasi cosa che egli suggerisse loro), pensò che era meglio toglierlo
di mezzo prima che sorgesse qualche complicazione per causa sua, anziché rischiare di non potere poi affrontare la situazione. E così, per questo sospetto di Erode, egli fu fatto prigioniero,
inviato nella fortezza di Macheronte e qui decapitato". Quando i profeti mettono il dito sulla piaga e arrivano al nocciolo della questione, sono tolti di mezzo senza scrupoli. La testa di
Giovanni Battista su un vassoio, nel pieno svolgimento di un banchetto, può sembrare una "portata" insolita. A pensarci bene, non è poi un "piatto" tanto raro: quante decapitazioni durante
pranzi, cene…! Questo brano, posto dopo l'invio in missione dei Dodici, indica il destino del missionario, del testimone di Cristo. In greco, testimone si dice "martire".
La morte di Giovanni prelude la morte di Gesù e di quanti saranno inviati. Ciò può sembrare poco confortante, ma l'uomo deve comunque morire. La differenza della morte per cause naturali e
martirio sta nel fatto che la prima è la fine, il secondo è il fine della vita. Il martire infatti testimonia fin dentro ed oltre la morte, l'amore che sta a principio della vita.
Il banchetto di Erode nel suo palazzo fa da contrappunto a quello imbandito da Gesù nel deserto, descritto immediatamente di seguito (Mc 6,30-44). Il primo ricorda una nascita
festeggiata con una morte; il secondo prefigura il memoriale della morte del Signore, festeggiato come dono della vita. Gli ingredienti del banchetto di Erode sono ricchezza, potere, orgoglio, falso punto d'onore, lussuria, intrigo, rancore e ingiustizia e, infine, il macabro piatto di una testa mozzata. La storia mondana non è altro che una variazione, monotona fino alla nausea, di queste vivande velenose. Il banchetto di Gesù invece ha la semplice fragranza del pane, dell'amore che si dona e germina in condivisione e fraternità.
Presentazione del Signore
Giovedì 2 febbraio 2012
+ Dal Vangelo secondo Luca 2,22-40
I miei occhi hanno visto la tua salvezza.
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato
che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la
Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per
rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco,
egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti
cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e
ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava
del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di
Dio era su di lui.
SPUNTI DI RIFLESSIONE (Mons. Vincenzo Paglia)
La quarta domenica del tempo ordinario accoglie la memoria della Presentazione di Gesù al tempio. L'evangelista Luca, all'inizio della narrazione, si collega alla legge mosaica secondo la quale
la madre, quaranta giorni dopo la nascita del primogenito, doveva presentarlo al tempio e offrire in sacrificio al Signore, per la sua purificazione, un agnello oppure una coppia di colombe. La
consacrazione del primogenito (come di ogni primizia) ricordava a tutto il popolo d' lsraele il primato di Dio sulla vita e sull'intera creazione. Maria e Giuseppe, pertanto, obbedienti alla
legge di Mosè fecero quanto era prescritto e portarono Gesù nel Tempio per consacrarlo al Signore. Erano poveri e non potendo acquistare l'agnello per il sacrificio offrirono una coppia di
colombe, in realtà essi donavano a Dio il "vero agnello" per la salvezza del mondo. La festa della Presentazione di Gesù al tempio è tra quelle - poche in verità - celebrate assieme dalle Chiese
cristiane d'Oriente e d'Occidente. Di essa si ha memoria già nei primi secoli a Gerusalemme (era chiamata il "Solenne incontro" una processione per le strade della città ricordava il viaggio
della Santa Famiglia da Betlemme a Gerusalemme con Gesù appena nato. Ancora oggi la santa liturgia prevede la processione, cui, si è aggiunta, dal X secolo, anche la benedizione delle candele,
che ha dato il nome popolare di "candelora" a questa festa. La luce che viene consegnata nelle nostre mani ci unisce a Simeone ed Anna che accolgono il Bambino, "luce che illumina le genti", come
canta Simeone riprendendo le parole del profeta Isaia nei capitoli 42 e 49 sul Servo di Jahvè. E' piccolo Gesù, ha appena quaranta giorni, e subito si reca a Gerusalemme. E' il primo viaggio, ma
già prefigura l'ultimo. Tornerà nella città santa al termine della sua vita, ma non più offerto nel Tempio e non più posto sulle braccia di Simeone, sarà invece condotto fuori le mura della città
e sarà inchiodato sulle braccia della croce. Oggi le braccia di Simeone lo prendono e lo stringono con affetto, ma nelle parole di questo saggio vecchio si delinea già il futuro del Bambino:
"Sarà rovina e resurrezione per molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori", e guardando la madre - quasi prefigurando la scena della croce -
aggiunge: "Anche a te una spada trafiggerà l'anima". Simeone, uomo giusto e timorato di Dio che "sospirava" il conforto d'Israele, "Mosso dallo Spirito, si recò nel tempio... prese il
bambino tra le braccia e benedisse Dio".
Come prima fecero Maria e Giuseppe, ora anche Simeone "prende il Bambino con sé" ed è riempito di una consolazione senza limiti tanto che dal suo cuore salì una tra le preghiere più belle della
Bibbia: "Ora lascia, o Signore che il tuo servo vada in pace... perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti". Era
anziano Simeone, come pure la profetessa Anna (il Vangelo ne precisa l'età, ottantaquattro anni). In essi sono rappresentati certamente tutto Israele e l'umanità intera, che attende la
"redenzione", ma possiamo vedervi anche le persone più avanti negli anni, gli anziani. Ebbene, Simeone ed Anna sono l'esempio di bella anzianità. E' sempre più facile nella nostra società
scorgere anziani, uomini e donne, che ormai pensano con tristezza e rassegnazione al loro futuro; e l'unica consolazione, quando è possibile, è il rimpianto della passata giovinezza. Il Vangelo
di oggi sembra dire a voce alta - ed è giusto gridarlo in questa nostra società fattasi particolarmente crudele verso gli anziani - che il tempo della vecchiaia non è un naufragio, una disgrazia,
una iattura, un tempo più da subire tristemente che da vivere con speranza. Simeone ed Anna sembrano uscire da questo affollato coro di gente triste e angosciata e dire a tutti: è bello essere
anziani! Sì, la vecchiaia si può vivere con pienezza e con gioia. Certo, a condizione che si possa essere accompagnati, che si possa accogliere tra le proprie braccia un po' d'amore, un po' di
compagnia, un po' d'affetto. Il loro canto è inconcepibile ed incomprensibile in una società ove quel che solo conta è la forza e la ricchezza, ove quel che solo vale è la soddisfazione
individuale a qualsiasi costo, ove il solo ideale è vivere per se stessi; sebbene proprio da questa mentalità - ma è questa la tragica contraddizione che pure viene supinamente accettata e
sostenuta dalla maggioranza - che nascono le violenze e le crudeltà della vita.
Oggi, vediamo venirci incontro Simeone ed Anna, sono essi che ci annunciano il Vangelo, la buona notizia all'intera nostra società: un bambino, non forte né ricco, anzi debole e povero, può
consolare, rallegrare e rendere persino operosa la vecchiaia. Così fu per loro. Non chiusero gli occhi sulla loro debolezza, sull'affievolirsi delle forze; in quel bambino trovarono una nuova
compagnia, una nuova energia, un senso in più per la loro stessa vecchiaia. Simeone, dopo aver preso tra le sue braccia il Bambino, poté cantare il "Nunc dimittis" non con la tristezza di chi
aveva sprecato la vita e non sapeva cosa sarebbe accaduto di lui; ed Anna, l'anziana, da quell'incontro ricevette nuova energia e nuova forza per lodare Dio e parlare del bambino" a chiunque
incontrava. Ambedue, assieme al gruppo dei pastori e dei magi, furono i primi missionari del Vangelo. Questa pagina evangelica del "solenne incontro" tra un Bambino e due anziani rivela quanto
sia Piena e gioiosa la vita: il Bambino, il piccolo libro dei Vangeli, posto nelle mani e nel cuore degli anziani opera ancora oggi miracoli incredibili.
La fragilità della vita, anche quella che giunge con il passare degli anni, non è una condanna quando si incontra con l'amore e la forza di Dio. Il Vangelo sa trarre energie nuove anche da chi il
mondo sembra mettere da parte. L'età anziana può essere motivo di una nuova chiamata: basti pensare al tempo che si ha per pregare per la Chiesa, per la propria comunità, per il mondo intero, per
invocare la pace o anche per visitare chi ha bisogno, e comunque per testimoniare la speranza nel Signore. Nessuno è escluso dalla gioia del Vangelo. E il miracolo che Gesù compie in chi lo
accoglie tra le sue braccia.
SAN GIACOMO PIUMAZZO












